Quale pensione avranno i lavoratori in servizio dal 1996

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L’animus sociale del governo sembra muoversi lungo direttrici non so quante lucidamente individuate e messe nell’arengo politico: Il reddito di cittadinanza che è una misura para assistenziale finalizzata a trovare lavoro a determinati segmenti della società ( gli altri si arrangino) e il salario minimo. Il primo è stabilito in 780 euro mensili, mentre il secondo è indicativamente individuato in 859 euro mensili perché su questo punto non c’è ancora nessuna pronuncia parlamentare. Se avulse dal contesto economico e dalle ferree leggi finanziarie, niente di più positivo. Ma se solo ci affacciamo sul proscenio della realtà, dei colpi e contraccolpi, le prospettive forse poi non sono così allettanti. Ad una vita lavorativa grama, c’è la certezza di una vita pensionistica molto dolente.
Il problema è ancora peggiore se restringiamo l’analisi su coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 e in base alla riforma Dini, avranno la pensione calcolata interamente con il sistema contributivo. A loro quota 100 ammesso che questa misura supererà il triennio di sperimentazione, non interessa per niente. I lavoratori post 1996 raggiungeranno i 38 anni di contribuzione solo nel 2034. Anzi se non mutano le regole, lavorando per 20 anni, potranno andare in pensione a 67 anni di età solo se maturano un importo di circa 700, una volta e mezzo l’attuale assegno sociale ( viceversa con la pensione di cittadinanza prenderebbero 780!)
Sono quelli sulle cui spalle gravano i debiti contratti oggi per pagare le misure di cui sopra.
Che ne facciamo di costoro, come garantiamo l’adeguatezza delle loro pensioni? Qualche fondata preoccupazione esiste per un paio di motivi. A parte il fallimento colossale del jobs act che ha avuto un’influenza marginale sul mercato del lavoro, ed il decreto dignità che ha fatto aumentare le partite IVA, sono i periodi vuoti dal punto di vista contributivo fra un lavoro e l’altro che minano l’adeguatezza
Il decreto legge n.4 di gennaio scorso, il famoso decretone cerca di dare una risposta al problema, questo bisogna riconoscerlo. Infatti prevede la possibilità di ammettere a riscatto i periodi scoperti da contribuzione nella misura massima di cinque anni, anche non continuativi esso deve naturalmente collocarsi in epoca successiva al 31 dicembre 1995.
Sono riscattabili soltanto i periodi non soggetti a obbligo contributivo. Ne consegue che la facoltà di riscatto non potrà essere esercitata per recuperare periodi di attività lavorativa con obbligo del versamento contributivo. Pertanto, per recuperare periodi di lavoro con obbligo contributivo potranno essere attivati gli istituti già previsti nelle singole gestioni previdenziali, quali la regolarizzazione contributiva o, in caso di maturazione della prescrizione dei contributi, la costituzione di rendita vitalizia. Nello stesso indirizzo si muove il riscatto agevolato della laurea. Comunque anche se agevolato, il riscatto di una laurea triennale viene a costare circa 15.000 euro e non è poco, anche se il periodo riscattato è utile ai fini del diritto e per la determinazione dell’ammontare della pensione.

Bisogna ricordare che il sistema pensionistico nostrano come del resto nella maggior parte dei paesi europei non sarà in grado di fronteggiare situazioni di insufficienza pensionistica finchè l’importo della pensione sarà strettamente correlato al periodo lavorativo e al montante individuale accantonato, escludendo qualsiasi intervento solidaristico.
I regimi di tipo “universalistico” forniscono pensioni flat rate, cioè un importo sociale di base indipendente sia da livelli retributivi sia con la durata del periodo lavorativo.
La mancanza di un adeguata copertura delle carriere corte e discontinue non è un prodotto del sistema contributivo perchè si sarebbe verificato anche nel sistema retributivo.  Ma non è il ritorno al retributivo che può risolvere il problema dell’adeguatezza pensionistica. Per rendere le pensioni adeguate, oltre la solita cura dell’innalzamento dell’età pensionabile che per reazione produce quota 100 con il potenziale pensionamento di tutti i sessantaduenni, anche quelli vispi, arzilli e senza problemi, che comunque 38 anni di contributi ce l’anno . Parliamo di coloro che a 67 anni magari non hanno raggiunto i venti anni di contributi. Qui il riscatto dei periodi vuoti non è sufficiente, ci vuole un intervento della fiscalità generale. La seconda è la previdenza complementare. Ad oggi lo strumento più idoneo ad integrare i tassi di sostituzione, anche se bisogna rimarcare come il ricorso a questa soluzione va bene per i lavoratori dipendenti regolari o gli autonomi con un reddito medio alto. Le prospettive sono quelle di un mercato del lavoro che continuerà ad essere caratterizzato da una presenza forte di lavoratori discontinui che oltre tutto significa un gettito di contributi previdenziali sempre più ristretto.

 

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