Ocse: il Rdc e quota 100 spingono il Pil a – 0,2%

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Per garantire la ripresa economica occorrono riforme di ampio respiro
E’ stato presentato a Roma il 1° aprile 2019, e non era uno scherzo d’ aprile, il rapporto dell’Ocse sulla situazione italiana. Un pianto greco, perché agli osservatori esterni la manovra del popolo non sta dando, almeno finora, gli effetti che erano stati sbandierati dal balcone di Palazzo Chigi. Non era quello di piazza Venezia, siamo d’accordo, ma sempre di balcone di tratta, anche se in quella occasione, invece di dichiarare la guerra, si dichiarava sconfitta “la povertà” (ed è già un passo avanti). Naturalmente le conclusioni dell’Ocse sono state subito contestate e l’organizzazione internazionale  invitata a farsi i fatti propri, che sono appunto  quelli di monitorare i paesi aderenti per metterli sulla buona strada. L’OCSE ha come obiettivi la promozione di politiche atte a:realizzare nei Paesi membri, più alti livelli di crescita economica sostenibile (cioè senza debiti) e di occupazione, promovendo gli investimenti, la competitività e la stabilità finanziaria..

Attualmente i paesi che vi aderiscono sono 36 (Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Corea del Sud, Repubblica Slovacca, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria) e che si riconoscono nell`economia di mercato.
Orbene, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico sostiene nel suo rapporto che in Italia si può ottenere una crescita più forte, più inclusiva e sostenibile, migliori opportunità di lavoro, solo con una riduzione del livello del debito pubblico attuando un diverso programma di riforme di ampio respiro senza smantellare le importanti misure adottate negli ultimi anni.
Allo stato attuale l’Ocse prevede una discesa del PIL di circa lo 0,2% quest’anno prima di crescere dello 0,5% nel 2020. Il PIL pro capite è sostanzialmente allo stesso livello di 20 anni fa e la povertà rimane alta, specialmente tra i giovani. I problemi reali sono costituiti da una bassa crescita della produttività e dalla persistenza di ampie disuguaglianze sociali e regionali Il livello del debito pubblico, al 134% del PIL non aiuta ed è fonte di rischi.

Il rapporto afferma che gli italiani hanno generalmente alti livelli di benessere in settori come il lavoro e la vita privata, rapporti sociali e assistenza sanitaria salute, ma carenti in altri come la qualità ambientale, l’istruzione e le competenze sulle quali l’Ocse propone un ambizioso pacchetto di riforme. Secondo le simulazioni dell’Organizzazione, entro il 2030 la crescita annua del PIL potrebbe aumentare dallo 0,6% previsto in base alle attuali politiche a oltre l’1,5% se tali riforme fossero attuate. Una maggiore efficacia ed efficienza della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario avrebbero il maggiore impatto sul PIL.
L’indagine accoglie con favore le risorse aggiuntive per l’impiego ma i miglioramenti richiederanno un piano di attuazione e avverte che il Reddito di cittadinanza “incoraggia l’occupazione informale” e crea “trappole della povertà“.

La riduzione dell’età pensionabile – a 62 con almeno 38 anni di contributi – sebbene solo temporanei, potrebbe abbassare la crescita economica a medio termine riducendo il lavoro tra le persone anziane e peggiorando la disuguaglianza intergenerazionale.

Pur se il numero delle persone occupate è salito al 58% della popolazione in età lavorativa, il tasso di occupazione in Italia è ancora uno dei più bassi tra i paesi dell’OCSE, specialmente per le donne mentre le differenze dei tassi di occupazione fra nord e sud spiegano gran parte delle disparità tra gli standard di vita tra le regioni. Anche la qualità del lavoro è relativamente bassa. Una quota crescente di nuovi posti di lavoro è temporanea e lo squilibrio tra le competenze delle persone e il lavoro che svolgono è elevato.

Le riforme adottate negli ultimi anni, come l’ Industria 4,0 hanno iniziato ad affrontare alcuni problemi del paese e secondo l’Ocse, sarà importante non fare marcia indietro. Allo stesso tempo, è necessario aumentare la crescita della produttività riducendo gli ostacoli all’imprenditorialità. Quando si parla di produttività, non ci si riferisce ai dipendenti scansafatiche, ma ad una diversa organizzazione dell’impresa, maggiori investimenti in competenze tecniche ed umane e una corerente legislazione di supporto.

Presentando il rapporto, il segretario generale dell’OCSE Angel Gurría ha dichiarato che “L’economia italiana ha molti punti di forza. Le esportazioni, i consumi privati, i flussi di investimento e un settore manifatturiero dinamico hanno guidato la crescita negli ultimi anni, mentre le riforme del mercato del lavoro hanno contribuito ad aumentare il tasso di occupazione di 3 punti percentuali dal 2015. “

Ma il paese continua ad affrontare importanti problemi economici e sociali”, ha aggiunto. “Affrontarli richiede un pacchetto di riforme pluriennali per ottenere una crescita più forte, più inclusiva e sostenibile “.

In soldoni occorre ridurre la spesa pubblica invece di incrementare il disavanzo, politiche fiscali eque ed antievasione ed evitando i ripetuti condoni, il miglioramento delle infrastrutture, migliorare i livelli di assistenza. La progettazione dei bilanci all’interno del patto di crescita e stabilità dell’UE, che dovrebbe essere attuata in modo pragmatico, contribuirebbe a rafforzare la credibilità della politica fiscale italiana e a ridurre il premio per il rischio. I rendimenti dei titoli di Stato inferiori, a spread “raffreddato” contribuirebbero inoltre a salvaguardare la stabilità delle banche anche se la salute del settore bancario è notevolmente migliorata, poiché i prestiti in sofferenza delle banche sono diminuiti e il settore è stato razionalizzato e consolidato.

Poiché negli ultimi anni gli investimenti pubblici sono diminuiti in percentuale del PIL, la relazione raccomanda una più rapida attuazione del nuovo codice sugli appalti pubblici, che a suo dire è ben congegnato. Semplificare gli aspetti più complessi del nuovo codice non dovrebbe indebolire il potere dell’autorità anticorruzione.
In ultimo diminuire le differenze territoriali e non aumentarle come inevitabilmente succederà con i progetti di autonomia “differenziata “ che le regioni ricche del nord vogliono attuare.

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