Quello che non convince sul reddito di cittadinanza

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L’Ocse è stata messa all’indice perché nel suo rapporto sulla situazione italiana presentato il 1° aprile scorso a Roma, ha affermato una cosa che sembra evidente a molti e cioè che il Reddito di cittadinanza “incoraggia l’occupazione informale” e crea “trappole della povertà
Il reddito di cittadinanza ormai è passato in maniera definitiva, la legge di conversione del decretone è stata pubblicata sulla GU ( per i cultori della materia è la legge 28.3.2019, n. 26) e costituisce indubbiamente una grossa novità nel campo assistenziale. Si prefigge un ulteriore ampliamento del welfare italiano mettendo in campo una misura che vuole sconfiggere la povertà e creare i presupposti per il lavoro. Per l’attuazione di questi propositi indubbiamente positivi, non si è arretrati di fronte alla mancanza di risorse e quindi in prospettiva di un possibile ulteriore aggravio dei guasti che si vogliono eliminare.
La prima considerazione da fare è che questa misura è strettamente legata al nucleo familiare non al singolo cittadino, sulll’onda del nuovo pensiero culturale pro family old style che ha avuto la sua logica conclusione nel famoso o famigerato Congresso di Verona, in merito al quale i proponenti del Rdc hanno preso un po’ di distanze. Seconda questione il lavoro si crea se si promuove lo sviluppo con massicci investimenti, se no si determinano effetti opposti e si rimane nell’assistenzialismo puro. Un esempio a caso, quota 100 che nelle migliori intenzioni di questo mondo dovrebbe favorire nuova occupazione per il naturale turn over, si rivelerà una manna dal cielo per le imprese che in periodo di stagnazione o recessione, si potranno liberare di mano d’opera in esubero senza colpo ferire, perché i lavoratorisi licenzieranno spontaneamente e senza nessuna sostituzione. Per non parlare del caso eclatante di un istituto di credito che sostituirà i pensionati di quota 100 con dei robots! Infatti i primi segnali già denunciano una crescita della disoccupazione più marcata fra i giovani.
Il Rdc non nasce dal nulla, grosso modo potrebbe essere assimilato ad una fase evolutiva del REI, il Reddito di Inclusione, una misura di contrasto alla povertà consistente in un beneficio economico di 418€ ( a fronte dei 780 del Rdc) , erogato mensilmente attraverso una carta  elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà.
Con progetti predisposti dai servizi sociali dei Comuni assieme ad altri servizi territoriali (ad esempio Centri per l’Impiego, ASL, scuole, ecc.), nonché con soggetti privati attivi nell’ambito degli interventi di contrasto alla povertà, con particolare riferimento agli enti non profit, coinvolge tutti i componenti del nucleo familiare e prevede l’identificazione degli obiettivi che si intendono raggiungere, dei sostegni di cui il nucleo necessita, degli impegni da parte dei componenti il nucleo a svolgere specifiche attività (ad esempio attivazione lavorativa, frequenza scolastica, tutela della salute, ecc.). Il Reddito di Cittadinanza pur perseguendo grosso modo gli stessi fini, si rivolge  ai  maggiorenni, trascurando i bisogni dei minori – a cominciare da quelli educativi -, senza tenere in debita considerazioni i disabili e le famiglie numerose che risultano penalizzate.
Altra perplessità è quella in tema dell’offerta congrua come nota la Cgil: La norma determina ingiustificate diversità di trattamento tra i beneficiari di RdC e la generalità dei disoccupati. I parametri della distanza dalla residenza rispetto al luogo di lavoro proposto, per i primi risulta essere infatti molto più penalizzante. La Cisl ha parlato di una misura che sconta pesantemente la mancanza del confronto con i sindacati. Il Rdc è uno strumento molto complicato per i molteplici obiettivi che si propone, ovvero il contrasto della povertà e della disoccupazione per i quali occorrono investimenti concreti che non ci sono. La Uil rileva infine che il Reddito di Cittadinanza, avendo un carattere “ibrido” tra contrasto alla povertà e misure di politiche attive, coniuga in modo improprio la povertà come criterio di accesso e le politiche attive come interventi previsti..
Anche sul modo di opporsi se scatta la decadenza del sussidio, ci sono delle differenze. Infatti, mentre i beneficiari della NASPI (nuova assicurazione sociale per l’impiego, un ammortizzatore sociale del Jobs Act  in favore dei lavoratori  disoccupati) possono far ricorso gratuitamente all’ANPAL ( Agenzia Nazionale Politiche Attive per il Lavoro), i beneficiari di RdC devono fare ricorso amministrativo che è molto oneroso. Allo stesso modo non convince affatto la previsione che l’assegno di ricollocazione venga sospeso per tre anni per i disoccupati ordinari a favore dei soli beneficiari del RdC, in quanto entrambe le platee hanno necessità simili per collocarsi o ricollocarsi.
Un’altra cosa che suscita una particolare perplessità è l’obbligo imposto di partecipare ad attività di pubblica utilità predisposti dai Comuni per non meno di 8/16 ore settimanali che rischia di divenire l’unico lavoro offerto. Se non  saranno più disoccupati, almeno non ci saranno più sfaticati.  Ma tuttavia quest’obbligo fa tornare alla memoria le non felici esperienze delle LSU e LPU, oltre alle difficoltà degli enti locali di mettere in piedi progetti adeguati per i quali presumibilmente non ci saranno risorse umane e tecnologiche adeguate..
Inoltre, l’idea che sia sufficiente l’avvio al lavoro per eliminare la povertà è sbagliata perché si ignora che molti lavoratori sono poveri. Oltre all’offerta di lavoro bisogna vedere anche la sua qualità. Pure se passasse l’idea del salario minimo di 800/900 euro è pensabile vivere decorosamente liberi dal bisogno economico come prevede la Costituzione se si è trasferiti in una grande città, dove solo un posto letto per dormire non si paga meno di 500 euro?
La perla finale che riassume le critiche all’operazione è costituita dal paradosso dell’Anpal Dovrà  assumere 3.000 tutors, i famosi navigatori ma con contratto a termine senza riuscire a stabilizzare quei 654 precari di cui alcuni sono in servizio anche da un decennio.

Camillo Linguella

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