Il Pil a +0,2 darà un pò di sollievo e farà bene alle pensioni

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Martedì 30 aprile 2019 l‘Istat ha fatto sapere che le cose in Italia volgono al bello. E’ vero che qualcuno sarcasticamente fa notare di come il cambio del presidente all’Istituto di Statistica abbia coinciso con dati sempre rosei, ma dobbiamo anche far presente che questi dati non sono stati smentiti da nessuna autorità internazionale, il che non è poco considerando l’occhiuta osservazione cui ci sottopongono il FMI, l’Ocse e la BCE. Secondo questi dati nel primo trimestre del 2019 il PIL è cresciuto del +0,2% e, senza avere la creanza di aspettare i benefici del reddito di cittadinanza e dell’aiuto dei navigator, anche l’occupazione ha avuto un aumento di 60 mila occupati concentrati fra i giovani al disotto dei 24 anni. Che poi questo dato si scontra, sempre secondo l’Istat, con la diminuzione del clima di fiducia è un altro paio di maniche. Ciò ci consente di fare alcune considerazioni. La prima è quella di poter accantonare le tirate d’orecchie da parte dell’Ocse sul reddito di cittadinanza, la seconda che quota 100 assicurerebbe dei margini di risparmio, come rivela uno studio della Cgil che consentirebbe, se confermato, di metter mano realisticamente al superamento della legge Fornero, dando una prospettiva ai giovani e restituendo una perequazione corretta ai vecchi(pensionati). Al netto dei risparmi di quota 100 più occupazione significa in ogni caso più contributi all’Inps.
Ma andiamo con ordine.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – in inglese Organization for Economic Co-operation and Development (OECD), è un’organizzazione internazionale di studi economici che svolge un ruolo prevalentemente consultivo di matrice liberistica fortemente influenzata dai paesi più avanzati come gli Usa, la Germania, il Canada e via dicendo. Il rapporto Ocse 2019 dà uno sguardo sul mercato del lavoro nei singoli paesi membri e sull’Italia non ci sono condanne nette sulle sue politiche occupazionali, anche perché se il lavoro non c’è non si crea dall’oggi al domani, né si può invocare come spiegazione la futura invasione di robot intelligenti, quando a diminuirlo ci pensano direttamente i governanti investendo poco o bloccando le opere già in cantiere. Poi tanto per far vedere si piangono le lacrime di coccodrillo e si cerca di correre ai ripari, come si cerca di fare con lo “sblocca cantieri” , dimenticando troppo spesso che dal varo di un provvedimento alla prima giornata di lavoro, passano in media dai 3 ai 5 anni.

Tuttavia nonostante il blocco delle opere come la Tav, la robotizzazione delle fabbriche, i cambiamenti tecnologici, la globalizzazione eccetera, il numero di occupati probabilmente non diminuirà per effetto dell’intelligenza artificiale, ma peggiorerà inevitabilmente la qualità del lavoro e aumenteranno le disuguaglianze tra lavoratori.
Mentre alcuni posti di lavoro potrebbero scomparire (il 14%) perchè ad alto rischio di automazione tra i paesi OCSE, saranno creati posti legati a nuove forme di lavoro, come successe all’epoca del luddismo. Il guai di questi passaggi è dovuto fra l’altro alla mancanza di corrispettività fra i soggetti, nel senso che la persona licenziata perché il suo lavoro è scomparso, non è la stessa persona che viene assunta perché è sorto un nuovo tipo di lavoro. Insomma il tessitore del telaio a mano licenziato non sempre trovava posto come macchinista di un telaio meccanico. Fino ad ora l’occupazione complessiva è aumentata. Tuttavia,come accennato brutalmente e banalmente, la transizione non sarà facile. In Italia, i posti di lavoro ad alto rischio di automazione sono appena al di sopra della media OCSE: il 15,2%. Un altro 35,5% potrebbe subire sostanziali cambiamenti nel modo in cui vengono svoltii. Già oggi la quota di lavoro temporaneo è superiore alla media OCSE ed è cresciuta notevolmente nell’ultimo decennio. Inoltre, la quota di lavoratori sottoccupati è più che raddoppiata dal 2006, ed è ora la più alta tra i paesi OCSE.
I lavoratori atipici stanno sempre di più nella zona grigia tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, compresi molti lavoratori delle piattaforme digitali, con poche o nessuna tutela. In sostanza è come se lavorassero in nero.
L’accesso alla protezione sociale può essere molto difficile per i lavoratori atipici
In alcuni paesi, i lavoratori con contratti a termine di breve durata o a tempo parziale e soprattutto i lavoratori autonomi hanno una minore probabilità di ricevere qualsiasi forma di sostegno al reddito durante un periodo di assenza di lavoro rispetto ai dipendenti con contratti di lavoro a tempo pieno e indeterminato. In un mercato del lavoro in cui i contratti atipici potrebbero aumentare ulteriormente, occorre offrire a tutti i lavoratori accesso alla protezione sociale per evitare ulteriori aumenti delle diseguaglianze. La formazione permanente è fondamentale per aiutare i lavoratori più vulnerabili a destreggiarsi in un mercato del lavoro in cambiamento.
Rispetto agli altri paesi OCSE, in Italia l’accesso alle misure di sostegno di reddito è relativamente limitato, mentre le somme complessive stanziate sono piuttosto elevate. Però rispetto ad altri paesi europei, i lavoratori a tempo parziale in Italia godono di un sostegno al reddito in caso d’inattività simile a quello dei lavoratori con contratto a tempo pieno e indeterminato.
L’Italia ha ampliato significativamente gli strumenti di sostegno al reddito per le persone a rischio povertà nel 2018 e nel 2019. Per l’Ocse il Reddito di Cittadinanza introdotto di recente rappresenta un trasferimento di risorse importante verso le persone in condizioni di povert, ma ritiene che il livello attuale del sussidio sia troppo elevato rispetto ai redditi medi italiani e relativamente a strumenti simili negli altri paesi OCSE e comunque la sua messa in opera dovrà essere monitorata attentamente per assicurare che i beneficiari siano veramente accompagnati verso adeguate opportunità di lavoro e non sia solo un oneroso sussidio.

Spostando lo sguardo sull’altra misura, “Quota 100” avanzeranno 7 miliardi ciò consentirebbe di ridurre il debito e reinvestire in pensione per i giovani e restituire ai pensionati i tagli subiti delle mancate perequazioni dal 2014 in poi.
Quota 100’ è una misura che nel 2019 coinvolgerà 128 mila persone. 162 mila in
meno rispetto alla platea di 290 mila persone prevista dalle stime del governo”. Lo
sottolinea Ezio Cigna, responsabile della previdenza pubblica della Cgil nazionale,
commentando un’analisi dell’Osservatorio previdenza della Fondazione di Vittorio e
della Cgil, basata su dati Inps. Esso ha preso in esame diverse misure pensionistiche
inserite nel famoso “decretone” ( decreto legge n.4/2019, convertito con la legge n.26/19), quali: “quota100”, il blocco della speranza di vita per le pensioni anticipate e la proroga di opzione donna. La differenza è ancora più marcata se si prende a riferimento la platea prevista nel triennio. In questo caso, infatti, si stima che ‘quota 100’ coinvolgerà solo un terzo delle persone previste dal governo, 325 mila invece di 973 mila”.
“Questo coinvolgimento molto più basso rispetto alla platea prevista dal governo  determinerà un avanzo importante di risorse. Nel triennio per l’insieme delle misure previdenziali prese in esame non saranno utilizzati 7 miliardi e 200 milioni, dei 21 miliardi stanziati.

I costi complessivi stimati nel triennio ammontano a 13.785.775.613 euro, mentre, quelle stanziate sulla Legge di Bilancio 2019 sono pari a 20.988.000.000.
Vi è quindi un residuo di risorse che non verranno utilizzate nel triennio, pari 7.202.224.387, cosi suddivise: 1.662.693.344 nel 2019, 2.953.657.269 nel 2020, 2.585.873.774 nel 2021.
In ogni caso per il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, con ’quota 100’
siamo di fronte ad un’ulteriore provvedimento a termine, che coinvolgerà alcune
migliaia di persone ma che lascia del tutto invariate le cose in prospettiva.

I dati che  stanno emergendo quindi dimostrano che le risorse impegnate a bilancio saranno utilizzate solo in parte. Ora con questo “surplus “ si può fare una scelta salomonica. Una parte restituirla all’erario per contribuire a scongiurare l’aumento dell’Iva che grava in maniera indistinta su tutti i redditi e un’altra parte intervenire veramente sulle pensioni, garantendo una flessibilità in uscita per tutti e prevedendo interventi che tengano conto della specifica condizione delle donne, dei lavoratori discontinui e precoci, dei lavoratori gravosi o usuranti ,l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia per i giovani”. e restituire ai pensionati i tagli subiti delle mancate perequazioni dal 2014 in poi..
Questo quadro futuribile non deve tuttavia far commettere l’errore di ritenere superata la necessità della previdenza complementare, perché stiamo parlando di come poter assicurare un minimum con la pensione pubblica, ma per avere una pensione adeguata occorre pensare a costruirsi una integrazione.

 

 

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