Il piatto piange: rimpinguiamolo con gli avanzi di quota 100

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La prima riforma organica sulle pensioni del dopoguerra fu la riforma Brodolini , dal ministro socialista che la varò, nel 1969, la legge n. 153 del 30 aprile 1969 con la quale si abbandonò definitivamente il sistema a capitalizzazione  legando la prestazione alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro
La riforma Brodolini istituì altresì la pensione sociale (per gli ultra 65enni sprovvisti di altra fonte di reddito  e la pensione di anzianità con 35 anni di contribuzione con 57 anni di età, ( età pensionabile 55 per le donne e 60 per gli uomini),  la perequazione delle pensioni, che consiste nella rivalutazione delle pensioni in base all’indice dei prezzi al consumo.
Dal 1975 la perequazione delle pensioni fu agganciata, oltre che ai prezzi, anche ai salari, consentendo così una tutela effettiva del valore reale delle pensioni. Poi ci furono le prime avvisaglie della crisi economica e con la riforma Amato nel 1992 cominciarono i guai
Con Dini, il sistema pensionistico fu drasticamente capovolto con l’introduzione del sistema  di calcolo della pensione  in base ai contributi effettivamente versati, salvaguardando coloro che al 1995 avevano 18 anni di contributi. La conseguenza diretta di questa riforma fu una diminuzione delle future pensioni dal 20 al 50% taglio delle precedenti pensioni di quasi il 50%.  Per calmierare il taglio pensionistico fu istituita la pensione complementare il cui onere grava essenzialmente sul lavoratore, in quanto a fronte del versamento del 6,91% della sua retribuzione ( la quota di Tfr) il datore di lavoro versa solo l’1% a suo carico.
Ma anche così le cose non andavano bene (dal punto di vista della finanza pubblica, perché tranne i pochi percettori delle pensioni d’oro, in Italia i pensionati da allora in poi non se la sono passata proprio bene. Dal 1995 in poi, anno della riforma Dini, ogni anno c’è stata una modifica pensionistica in pejus naturalmente. Una congerie di disposizioni, di finestre, di cavilli che avrebbero spaventato il più agguerrito degli algoritmi, finchè non si arrivò alla madre di tutte le riforme, quella della Fornero. La riforma Fornero, ha aumentato vertiginosamente e all’improvviso gli anni necessari per maturare il diritto a pensione. Non solo, dal 2012 ha esteso il metodo contributivo a tutti, aumentato gli anni di contributi per la pensione anticipata distruggendo il tabù dei mitici 40 anni di lavoro per la pensione prescindere dall’età ( attualmente occorrono 42 anni e 10 mesi ed una finestra di 3 mesi), aumento degli anni di servizio ad un minimo di 20 anni e dal 2019 adeguamento dell’aspettativa di vita non più triennale ma biennale, nonché dulcis in fundo ha portato a compimento la parificazione dell’età pensionabile uomo donna che quest’anno andranno indifferentemente in pensione tutti a 67 anni. Il che dimostra come i proclami sulla tutela delle donne sono solo chiacchiere ( al di là della penalizzante opzione donna, su questo neppure l’attuale governo ha mai detto qualcosa)..
Nel 2011, era appena stato defenestrato Berlusconi, sull’onda dell’incombente default dell’Italia, la riforma non sollevò particolari critiche nel Paese né trovò ostacoli in Parlamento, anzi fu votata d’un fiato da tutti, esclusa la Lega. Passata la paura sono cominciate le critiche in un crescendo rossiniano, sempre più feroci. L’intervento della Fornero doveva portare ad un risparmio, a regime di circa 80 miliardi.
Essa  aveva lo scopo fondamentale di ridurre lo spread che allora viaggiava sui 500 punti base Ma già alla fine del 2012, superato il pericolo, calmatesi un poco le acque, cominciarono gli attacchi alla legge. Troppo rigida, punitiva, oltre all’emersione di evidenti manchevolezze dovute alla fretta di varare il provvedimento, vedi il caso degli esodati, di cui nessuno se ne era accorto, tranne gli interessati che si trovarono improvvisamente senza stipendio, senza cassa integrazione e senza pensione. Già gli interventi riparatori in favore di questa neocategoria, da allora ad oggi sono stafe fatte ben 8 “salvaguardie” se ricordo bene, hanno cominciato ad erodere il risparmio preventivato, poi sono intervenute sporadiche elargizioni e parziali correzioni, come opzione donna e l’ape sociale. Con quota 100 la spesa pensionistica esplode nuovamente superando il 16% del pil cui non si può far fronte né con i tagli alle pensioni d’oro né con il nuovo meccanismo di calcolo della perequazione delle pensioni, strimandosi il risparmio in un centinaio di milioni cosa che se è emblematica come bandiera da sventolare nelle piazze, fa semplicemente solletico all’immensa voragine debitoria nostrana. Cosicchè le pensioni future sono nuovamente a rischio. Il piatto è svuotato e piange!
Fortunatamente da alcuni studi di parte sindacale affermano che a causa del minor numero di richiedenti di quota 100 rispetto a quelli stimati e preventivati, si risparmieranno ben 7 miliardi. Indubbiamente una buona notizia che mette a nudo un’altra fake news, cioè quella per cui i lavoratori appena possono vogliono andare in pensione. Un medico 62 enne sinceramente non ce lo vedo ai giardinetti.
7 miliardi a parte, siamo comunque al punto di partenza, perché non penso che saranno versati nelle casse dell’Inps, quindi bisogna ricostituire il piatto rimpinguandolo adeguatamente si si vuole assicurare una pensione contributiva e non di cittadinanza alle giovani generazioni che sull’argomento sono già scese in lotta con le vecchie. Scorrendo le lettere dei lettori su alcuni “ giornaloni “  ( tipo Repubblica) è triste leggere  come i giovani attaccano i vecchi per i “privilegi pensionistici” di cui godono a loro danno e le repiche di costoro che rivendicano a pieno diritto le loro pensioni, raccontando gli anni di lavoro svolto in periodi difficoltosissimi molto più di oggi. Insomma siamo alla classica guerra fra poveri, perchè la maggioranza dei “retributivi” sono al di sotto dei 1000 euro mensili.  Si deve trovare una soluzione giusta ed equa per entrambi gli schieramenti. Secondo me si può fare. Sapendo però che tutto non potrà più venire dalla pensione pubblica, ma bisognerà costruirsela in parte da soli anche con un adeguato piano di risparmio pensionistico fatto con la previdenza complementare. Ma per poter risparmiare, bisogna poterselo permettere. E’ il cane che si morde la coda.

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