Corte dei Conti: il reddito di cittadinanza e quota 100 mandano in tilt i conti

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E’ stato presentato il 29 maggio 2019 al Senato la decima edizione del Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica ed ha l’obiettivo di mettere a disposizione del Parlamento e del Governo elementi di valutazione sull’efficacia degli strumenti scelti per garantire il coordinamento dei diversi livelli di governo nella gestione della finanza pubblica.
La prima parte del Rapporto è dedicata ad un esame delle prospettive della finanza pubblica, mentre la seconda parte è centrata sulla spesa e sulle politiche sociali.
Nel 2018 la spesa complessiva per prestazioni sociali relativa ai trattamenti previdenziali che di quelli assistenziali è stata pari a 349 miliardi, in crescita del 2 per cento e di 1 decimo di punto in rapporto al Pil (dal 19,8 al 19,9 per cento). Pensioni e rendite, con 269 miliardi, pesano per il 15,3 per cento del prodotto; tenendo conto delle misure della legge di bilancio e del successivo DL 4 del 2019  ( il decreto del Reddito di Cittadinanza e quota 100), secondo il DEF nel 2022 aumenteranno fino al 15,9.
L’ età “effettiva” di pensionamento riferita al 2016 (ultimo dato disponibile), è di 62,1 anni per gli uomini e 61,3 per le donne valori mentre la media Ocse nello stesso periodo è di 65,1 e 63,6.
Le misure di flessibilità in uscita rivolte a specifiche cateorie (lavoratori precoci, operanti in particolari settori, ecc) sono anche sostenibili economicamente. Per contro, in un sistema che presenta ancora elevate componenti retributive, l’anticipo dell’età di pensionamento rispetto a quella prevista ordinariamente, comporta sia esigenze di cassa (tipiche di un sistema a ripartizione), sia debito implicito, in quanto la componente retributiva del trattamento non viene corretta per tener conto della maggiore durata della prestazione. Provvedimenti in materia di previdenza dovrebbero essere ispirati ad un corretto bilanciamento delle esigenze delle generazioni presenti con quelle delle generazioni future.
Inoltre, le misure previdenziali varate con la manovra per il 2019 (blocchi dell’indicizzazione dell’età alla speranza di vita, reintroduzione del sistema delle finestre, ecc.) dovrebbero essere valutate tenendo conto dell’importanza che sia definito, in un comparto della spesa corrente così rilevante sul piano quantitativo e qualitativo, un quadro di certezza e stabilità normativa. Un quadro che dovrebbe essere in grado di offrire una “sostenibile normalità” alle nuove generazioni, ai lavoratori più anziani, alle imprese, agli investitori internazionali interessati ad avviare attività economiche nel nostro Paese per i quali sono importanti anche la prospettiva degli oneri sociali che dovranno pagare. Invece è tutto provvisorio o sperimentale, non solo Quota 100, ma anche misure come la modifica del meccanismo di perequazione delle pensioni, il contributo, per l’appunto straordinario, sulle “pe3nsioni d’oro”, i tempi per la corresponsione del TFR/TFS nel pubblico impiego, il divieto di cumulo con altri redditi da lavoro, e così via.
Quota 100 ha comunque posto sotto i riflettori una esigenza reale: quella di un maggiore flessibilità sull’età di pensionamento. A riguardo sarebbe necessaria una soluzione strutturale e permanente, più neutra dal punto di vista dell’equità attuariale e tale da preservare gli equilibri e la sostenibilità di lungo termine del sistema. Qualunque scelta pone un problema di cassa non indifferente, ma una “correzione attuariale” della componente retributiva dell’assegno, in caso di pensioni “miste”, non comporterebbe la creazione di debito pensionistico implicito.
Oltre al tema della flessibilità definitiva in uscita e non transitoria, sarebbe comunque utile che si aprisse un’attenta riflessione su come tener conto, in prospettiva, delle effettive condizioni di salute della popolazione anziana, sull’adeguatezza dei trattamenti futuri e la possibilità che, in contesti caratterizzati da bassi salari e forte precarizzazione delle carriere lavorative, determinano elevate quote di pensioni “povere”, con implicazioni sulle politiche assistenziali e sulla stessa propensione dei lavoratori a versare i contributi inps.

L’istituzione del Reddito di Cittadinanza segna un rilevante cambiamento e un potenziale progresso nelle politiche di protezione sociale del nostro Paese, afferma la Corte dei Conti. Esso testimonia lo sforzo del legislatore, da un lato, di muoversi in continuità con le recenti leggi in tema di inclusione sociale, dall’altro, di investire significativamente sul fronte delle politiche attive per il lavoro – sulle quali il ritardo accumulato è notevole. E’ fondamentale la distinzione dei due percorsi.
Nell’ambito del contrasto della povertà, un ruolo molto importante deve essere svolto dai servizi sociali dei Comuni, storicamente, il veicolo tramite cui si erogano servizi fondamentali. Estremamente diversa, tuttavia, è la capacità di attivazione di spesa: infatti a fronte dei 116 euro medi pro capite, si va dai 22 della Calabria ai 517 di Bolzano. Quanto ai Centri per l’impiego, limitato è stata finora il contributo nella ricerca di un’occupazione. Importante quindi il loro rilancio, che richiederà tempi certamente non brevi.
C’è una grande preoccupazione che in un contesto, come quello italiano, in cui è elevato il lavoro nero e bassi i livelli salariali, l’RDC possa scoraggiare e spiazzare l’offerta di lavoro legale. E’ comunque importante l’attenzione che si è accesa sul tema della “prova dei mezzi”: l’occasione è favorevole per un salto di qualità dell’Amministrazione pubblica nelle capacità di verifica e di controllo dell’attendibilità delle DSU e dell’ISEE, strumento che, pur avendo registrato negli ultimi anni notevoli miglioramenti, resta lontano dal rappresentare l’effettiva situazione economica e patrimoniale dei richiedenti le prestazioni assistenziali.
Il finanziamento in deficit di tale misura è motivo di preoccupazione per gli equilibri di bilancio di medio termine, date le condizioni del debito pubblico. La previsione di un meccanismo di salvaguardia, il “blocco” delle domande e la rimodulazione dell’ammontare del beneficio in caso di esaurimento delle risorse disponibili, è quindi importante per il controllo dei saldi. Un eventuale minor esborso rispetto alle stime originarie andrebbe utilizzato, almeno sotto lo stretto profilo della sostenibilità dei conti pubblici, per ridurre il disavanzo e rientrare dal debito.

c.l.

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