Previdenza complementare: si finanzierà con simil MINIBOT?

Scritto il alle 08:12 da clinguella@finanza

Lo scorso 29 maggio 2019 è stato presentatoalla’Università romana de La Sapienza,  il tredicesimo Rapporto sullo Stato Sociale 2019 – Welfare pubblico e welfare occupazionale
Il Rapporto – redatto dal Dipartimento di Economia e Diritto, con il sostegno del Master di Economia Pubblica e il contributo anche di studiosi ed esperti esterni – costituisce un appuntamento stabile di dibattito proposto dalla Sapienza Università di Roma sul welfare state italiano anche in relazione al contesto più complessivo economico-sociale, focalizzandosi sul welfare aziendale, le sue motivazioni e la sua diffusione nei diversi paesi e specificamente nel nostro e le sue connessioni con il welfare pubblico e le conseguenti diseguaglianze nell’accesso ai beni e servizi sociali.
Particolare attenzione è dedicata ai cambiamenti in corso nel settore previdenziale pubblico e privato e nelle politiche per il reddito minimo e di cittadinanza.
Dominus del Rapporto è Roberto Pizzuti, professore di Politica Economica della Sapienza.

Per quanto riguarda la previdenza complementare, si consolida la tendenza all’adesione tra i lavoratori con carriere continue e stipendi medio alti che già di per sé, tagli delle pensioni d’oro a parte, garantirebbero pensioni adeguate e consistenti  da parte dell’Inps. Il Rapporto rileva invece come i giovani, i lavoratori autonomi, i dipendenti con contratti a tempo determinato e part time – spesso donne che maggiormente ne avrebbero bisogno perché nel sistema pubblico maturano pensioni insufficienti, meno riescono ad aderire alla previdenza complementare. Si aggiunga che, con la crisi economica, sono aumentate le richieste di anticipo del TFR e della contribuzione già versata ai fondi pensione, riducendo la possibilità di avere una pensione complementare.
I rendimenti offerti dai fondi pensioni, hanno avuto rendimenti superiori alla rivalutazione automatica del tfr che, tuttavia si è arrestata nel 2018 quando il
rendimento nominale registrato dai Fondi negoziali di categoria e dai Fondi aperti è stato, rispettivamente, di -2,5% e –4.5%95. Se si considera il montante che l’iscritto a un virtuale fondo «medio» della previdenza complementare avrebbe accumulato alla fine di ciascun anno dell’intero periodo di funzionamento dei fondi – dal 1998 al 2018 – nel 2018 sarebbe stato superiore del 13,2% iscrivendosi a un Fondo Negoziale «medio» e del 3,6% iscrivendosi a un Fondi Aperto. Tuttavia,le rivalutazioni offerte dal TFR , continua il Rapporto, sono state molto più stabili e sempre positive cosicché il suo titolare – non potendo scegliere l’anno del pensionamento in base all’andamento dei mercati finanziari – non avrebbe mai rischiato di doversi ritirare con un capitale addirittura minore ai versamenti effettuati.
Un altro aspetto da considerare nella valutazione dei fondi pensione riguarda i loro
costi di gestione che sono sensibilmente più bassi nei Fondi Negoziali di categoria rispetto ai Fondi Aperti e ancor più nei confronti dei PIP. Ma qui ci pernserà la Iorp 2 a farli lievitare con una iperburocratizzazione dei fondi di categoria senza limiti a danno della rappresentanza dei lavoratori..
Nel valutare le interdipendenze tra sistemi pensionistici e la situazione economica sociale italiana, va poi considerato come vengono investiti i risparmi
previdenziali gestiti dai fondi pensione. Il loro impiego si riversa soprattutto in titolo di debito (72,6%). Per motivi attinenti la struttura del nostro sistema produttivo caratterizzato dalla predominanza di piccole e medie imprese non quotate in Borsa e da un sistema finanziario nazionale relativamente meno sviluppato e attraente rispetto a quello dei nostri concorrenti, circa il 70% dell’intero patrimonio gestito – cioè oltre 110 miliardi rispetto ai 160 complessivi – viene investito all’estero. In particolare, solo una parte irrisoria del patrimonio dei fondi viene impiegata in azioni di imprese italiane: l’1,1 da parte dei FN, il 3,3% da parte dei FA.
A tal proposito il Rapporto avanza una proposta che se non fosse stata preceduta dalla polemica dei “mini bond” e relativa ipotesi di Italexit e se non ci fosse in parallelo una discussione, come sembra, con la Cassa Depositi e Prestiti per investimenti dei fondi pensione nell’economia reale, la proposta meriterebbe e sicuramente meriterà un doveroso approfondimento. “La Pubblica Amministrazione i cui bilanci non siano rilevanti ai fini dei vincoli comunitari del deficit pubblico potrebbe emettere titoli di debito dedicati ai fondi pensione”. Non comportando particolari rischi e conflitti
d’interesse, questi impieghi potrebbero essere gestiti direttamente dai fondi, eliminando anche i costi d’intermediazione finanziaria. La raccolta di risorse così effettuata, oltre a offrire elevati gradi di garanzia alle prestazioni pensionistiche, potrebbe essere indirizzata all’ammodernamento delle strutture produttive, sociali e formative del Paese, alla messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio e al miglioramento dell’equilibrio ambientale.
Purtroppo, lamenta il Rapporto, almeno finora, l’attenzione dei responsabili pubblici per queste opportunità non si è manifestata in modo concreto e efficace; eppure, esse non implicano costi, ma, anzi, consentirebbero un recupero di risparmio nazionale impiegato all’estero.

camillo linguella

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