Covip: la complementare va, però… gli italiani non l’amano

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Fra il rapporto annuale sullo Stato Sociale fatto dall’Università la Sapienza il 29 maggio scorso e prima di quello sulla Sanità Integrativa del Welfare day e Censis del 13 giugno corrente, si incastra la relazione annuale della Covip sullo stato delle previdenza complementare. Fra tutti e tre i rapporti una sbornia di dati, tabelle, grafici e soprattutto allarmi per il futuro. Ma per tornare al Rapporto sulla previdenza complementare fatto dall’autorità di Vigilanza Covip il 12 maggio 2019 in Parlamento, non c’è nessuna importante novità da segnalare, cambia qualche “numeretto”, ma in negativo. Il welfare state italiano è in affanno ed i cittadini non sono propensi a mettere mano alla tasca per finanziarlo ulteriormente. Per quanto riguarda la previdenza complementare c’è l’ennesima conferma che non scalda i cuori e al massimo attira il consenso di quel   segmento dei lavoratori protetti da carriere continue e buoni stipendi. Sostanzialmente non sfonda e non aiuta l’andamento negativo dei mercati che si è abbattuto come un macigno sui rendimenti. Nel 2018 il rendimento del Tfr ha battuto quello dei fondi, i lavoratori navigano sempre nella voragine conoscitiva e se non si iscrivono, nonostante l’uso sempre più massiccio delle adesioni contrattuali è perché non c’è amore né piena convinzione. Gli italiani amano, e forse a ragione, il Tfr. Anzi le adesioni forzate contrattualmente, rischiano di diventare un problema per i fondi pensione negoziali se permane la riluttanza a trasformarle in adesioni piene ( con il versamento del Tfr). Per la previdenza complementare dei pubblici dipendenti si apre uno spiraglio a seguito della precisazione che i proventi delle multe elevate dai vigili urbani possono possono essere  solo ed esclusivamente al Fondo Perseo Sirio, per cui questo fondo spera di aumentare ln maniera consistente la sua platea degli iscritti. I rendimenti nel 2018 hanno fatto flop ma da parte degli addetti c’è una grande attesa messianica per la Iorp 2 che sarà anche una bellissima cosa, ma farà lievitare i costi, espellere i rappresentanti dei lavoratori dai Consigli di Amministrazioni ( oppure ridurne i reali poteri di gestione) in modo che non ci sia più nessuna differenza fra i fondi aperti e quelli chiusi.
Ma andiamo per ordine e sentiamo cosa ne dice il presidente Covip  Mario Padula.
Alla sostenibilità finanziaria, che mantiene la sua centralità sulla previdenza pubblica, si affianca l’esigenza dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche per mantenere quasi inalterato lo standard di vita dopo il pensionamento. La previdenza complementare istituzionalmente serve a tale scopo e al suo  finanziamento invecedello Stato provvedono direttamente gli interessati , che, per questa ragione, danno un consistente contributo alla sostenibilità finanziaria della previdenza pubblica e, in prospettiva, all’alleggerimento del peso dei conti pensionistici sulle generazioni future. In che modo, non viene spiegato.
Alla fine del 2018 ci sono 398 forme pensionistiche: 33 fondi negoziali, 43 aperti, 70 piani individuali pensionistici (PIP) “nuovi”, 251 fondi preesistenti, oltre a FONDINPS che è sasto soppresso per legge, ma sta sempre là..
Rispetto al 2000, quando operavano 719 forme, tale numero si è sostanzialmente dimezzato. Nei fondi negoziali il processo di accorpamento ha coinvolto settori omogenei come quelli della Cooperazione.
Nei fondi preesistenti il processo di razionalizzazione è stato assai significativo. Negli ultimi anni ha portato alla concentrazione di tutti quelli operanti  nell’ambito di grandi gruppi bancari e assicurativi in uno o due fondi di riferimento, distinti solo in base al regime di contribuzione ovvero di prestazione definita.
Il totale degli iscritti alla previdenza complementare a fine 2018 è di 7,9 milioni, il 4,9 per cento in più rispetto all’anno precedente. In percentuale delle forze di lavoro, il tasso di copertura si attesta al 30,2 per cento. Gli iscritti ai fondi negoziali sono 3 milioni, oltre 1,4 milioni ai fondi aperti e 3,1 milioni ai PIP “nuovi”; poco più di 600.000 sono gli iscritti ai fondi preesistenti. Non c’è stato il “balzo in avanti” né ci poteva essere per la gran confusione che aleggia sulla previdenza e sulla Sicurezza sociale in genere ( Quota 100 e Rdc, tanto per fare qualche esempio) e i rendimenti negativi dei titoli come si è accennato.
Nei fondi negoziali l’aumento degli iscritti è stato del 6,8 per cento; la crescita è stata ancora trainata dalle nuove adesioni contrattuali e non si sa quanti poi trasformeranno queste adesioni in iscrizioni piene con il conferimento del Tfr,

Il 54,7 per cento degli iscritti ha età compresa tra 35 e 54 anni, il 27,6 ha almeno 55 anni. Per area geografica di residenza, la maggior parte degli iscritti risiede nelle regioni del Nord (56,8 per cento).
Le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari totalizzano 167,1 miliardi di euro, il 3 per cento in più rispetto all’anno precedente; esse si ragguagliano al 9,5 per cento del PIL e al 4 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.
I contributi incassati nell’anno ammontano a 16,3 miliardi di euro. Ne sono affluiti 2 miliardi ai fondi aperti e 4,3 ai PIP, con una crescita, rispettivamente, del 6,9 e del 5,1 per cento. Quelli destinati ai fondi negoziali, 5,1 miliardi, si sono incrementati del 5,7 per cento.
I contributi per singolo iscritto ammontano mediamente a 2.630 euro.
Le risorse dei fondi sono investite per il 41,7 per cento in titoli di Stato; il 21,4 per cento sono titoli del debito pubblico italiano, in diminuzione dal 22,7 dell’anno precedente. Gli altri titoli di debito pesano per il 17,1 per cento, crescendo di 0,5 punti percentuali rispetto al 2017.
Scendono al 16,4 per cento i titoli di capitale, dal 17,7 dell’anno precedente, così come le quote di OICVM Organismi di Investimento Collettivi di Valori Mobiliari), dal 12,6 all’11,9 per cento. I depositi si attestano al 7,5 per cento.
Gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, costituiscono il 2,7 per cento del patrimonio, 0,3 punti percentuali in meno rispetto al 2017.
Nell’insieme, il valore degli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana è di 36,7 miliardi di euro, il 27,7 per cento del patrimonio. Gli impieghi in titoli di imprese italiane rimangono marginali.
Il 2018 è stato un anno negativo per i mercati finanziari e in particolar modo per quelli azionari. Ne hanno risentito anche i rendimenti dei fondi pensione, dopo un decennio in cui sono stati in media più che positivi.
I fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno perso in media, rispettivamente, il 2,5 e il 4,5 per cento. Su un periodo di osservazione decennale (2009-2018), più proprio del risparmio previdenziale, il rendimento netto medio annuo composto è stato del 3,7 per cento per i fondi negoziali e del 4,1 per i fondi aperti; nei PIP si è attestato al 4 per cento per le gestioni di ramo III e al 2,7 per quelle di ramo I. Su analogo orizzonte temporale la rivalutazione del TFR è stata del 2 per cento.
I PIP restano i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l’Indicatore Sintetico dei Costi (ISC) è in media del 2,21 per cento. Si conferma, invece, la minore onerosità dei fondi pensione negoziali: sul medesimo orizzonte temporale, l’indicatore è dello 0,39 per cento. È dell’1,37 per cento per i fondi pensione aperti.
Una delle novità più importanti del 2018 è stata il recepimento della Direttiva IORP II (Decreto lgs. 13 dicembre 2018, n. 147). La Direttiva punta a migliorare la governance dei fondi pensione, incrementando il livello di qualità dei processi decisionali, ad accrescere la capacità di monitoraggio dei rischi e ad aumentare la trasparenza nei confronti degli iscritti effettivi e potenziali ricordando però che già da ora queste attività nostrane sono  già tra le più avanzate a livello europeo. Quindi non si parte dall’anno zero. E per quanto riguarda la governance, i risultati eccellenti che la Covip sbandieera, sono stati ottenuti proprio in conseguenza della professionalità degli amministratori in crica e il coinvolgimento delle parti istitutive.

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