Sanità, senza polizza non ti curi (come negli USA)

Scritto il alle 09:00 da [email protected]

Al «Welfare Day 2019» tenutosi all’Eur  Roma il 13 giugno 2019,  è stato presentato il IX Rapporto Rbm-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata.

.RBM Assicurazione Salute S.p.A. è la più grande Compagnia specializzata nell’assicurazione sanitaria per raccolta premi e per numero di assicurati. Ha come clienti i fortunati dipendenti delle Grandi Aziende Italiane, dei principali Fondi Sanitari Integrativi Contrattuali, delle Casse Assistenziali, degli Enti Pubblici, delle Casse Professionali e di tutti i Cittadini e la sua accorata perorazione in favore della Sanità privata  o comunque integrativa  non è proprio neutrale.
Il rapporto fatto con il Censis ne assicura un pò la terzietà. Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è una fondazione  di ricerca socio-economica. Svolge da oltre cinquant’anni una  attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico.

Secondo il Rapporto, gli italiani costretti a pagare di tasca propria per ottenere prestazioni essenziali e non subire il calvario delle liste d’attesa, sono 19,6 milioni : servono in media 128 giorni per una visita endocrinologica, 97 per una mammografia, 75 per una colonscopia, 65 per una visita oncologica.. La spesa privata sale a 37,3 miliardi di euro: +7,2% dal 2014 (-0,3% quella pubblica) e poiché all’orizzonte sembra profilarsi un nuovo taglio al SSN di circa due miliardi per finanziare quota 100 e reddito di cittadinanza e magari anche la flex tass ( o tax), anche questi due miliardi dovranno uscire dalle tasche degli ammalati. E’ giocoforza quindi farsi una polizza assicurativa qualsiasi etichettata come integrativa, meglio se aziendale,  mentre in realtà non lo è, oppure solo in minima parte. Il modello cui tendiamo ormai è quello statunitense ante Obamacare: una polizza sanitaria di allunga la vita.
Ecco la prima verità elementare della sanità vista e vissuta dagli italiani,  la lunghezza delle liste di attesa. Transitano nella sanità a pagamento il 36,7% dei tentativi falliti di prenotare visite specialistiche (il 39,2% al Centro e il 42,4% al Sud) e il 24,8% dei tentativi di prenotazione di accertamenti diagnostici (il 30,7% al Centro e il 29,2% al Sud). I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica.sempre secondo il IX Rapporto Rbm-Censis 2019..
Saltellare tra il servizio sanitario pubblico e quello privato a pagamento non è più un’opzione..
Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti. Per ottenere le cure necessarie (accertamenti diagnostici, visite specialistiche, analisi di laboratorio, riabilitazione, ecc.), tutti ‒ chi più, chi meno ‒ devono giostrare tra pubblico e privato, e quindi pagare di tasca propria per la sanità. E sono 13,3 milioni le persone che a causa di una patologia hanno fatto visite specialistiche e accertamenti diagnostici sia nel pubblico che nel privato, per verificare la diagnosi ricevuta (la c.d. caccia alla «second opinion»). Combinare pubblico e privato è ormai il modo per avere la sanità di cui si ha bisogno. Spendere per la salute è ormai sembra inevitabile ineluttabile.
Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute urgente, molti cittadini non hanno possibilità di scelta. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico., Ancora una volta, al di là della propria condizione economica, tutti sono costretti a mettere mano al portafoglio per accedere ai servizi sanitari necessari.
Fiducia nel Pronto soccorso (anche in caso di non emergenza). Il 48,9% dei cittadini che nell’ultimo anno hanno avuto una esperienza di accesso al Pronto soccorso ha espresso un giudizio positivo (la percentuale sale al 54,5% al Nord-Est). Ma solo il 29,7% si è rivolto al Pronto soccorso in una condizione di effettiva emergenza, per cui non poteva perdere tempo. Mentre il 38,9% lo ha fatto perché non erano disponibili altri servizi, come il medico di medicina generale, la guardia medica, l’ambulatorio di cure primarie. Il 17,3% lo ha fatto perché ha maggiore fiducia nel Pronto soccorso dell’ospedale rispetto agli altri servizi. Si tratta di una domanda sanitaria drogata dalle non urgenze, a caccia della migliore soluzione per il proprio problema, che trova impropriamente risposte nel Pronto soccorso.
Sembra che non sia più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica, ma diventi necessario affidare le cure ai cittadini al di fuori del Ssn attraverso un secondo pilastro sanitario aperto. Per le assicurazioni ed il mondo che gravita attorno non vi è nessun dubbio: “Bisogna raddoppiare il diritto alla salute degli italiani, garantendo a tutti la possibilità di aderire alla sanità integrativa, perché un sistema sanitario universalistico è incompatibile con una necessità strutturale di integrazione individuale pagata direttamente dai malati, dagli anziani e dai redditi più bassi»”, ha concluso Vecchietti, senza speficicare come si garantisce a tutti i cittadini la possibilità della sanità integrativa.

 

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