Riusciranno i dipendenti della CRI ad avere il Tfr?

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Fin dal 2010 una leggge, la L.183/2010, ha disposto la graduale trasformazione della CRI da ente pubblico in ente di diritto privato, sempre di interesse pubblico operante nel settore umanitario.
Per la realizzare di tutto questo, il decreto legislativo 178/2012 ha disposto l’istituzione di un Ente strumentale come “soggetto-ponte” volto a favorire il subentro della nuova Associazione al preesistente ente pubblico, del quale sono disciplinati contestualmente la liquidazione e i relativi rapporti giuridico-patrimoniali e la parte relativa al personale ( trattamento giuridico economico, pensioni, trattamento di fine rapporto, mobilità ecc, normali in questo tipo di situazione). Come è altrettanto normale, non tutti sono stati d’accordo per motivi diversi e a volte contrapposti che hanno dato vita ad una congerie di ricorsi, e ci si sarebbe meravigliati oltremodo se non fosse stato cosi, che alla fine hanno avuto il logico approdo presso la Suprema Corte.La Corte Costituzionale con sentenza del 09/04/2019 n° 79 ha messo fine alla diatriba riconoscendo definitivamente la legittimità del riordino della Croce Rossa.

Dal 1 gennaio 2018 l’ente strumentale alla Croce Rossa Italiana è stato posto in liquidazione a seguito del suaccennato processo di privatizzazione e circa 2000 dipendenti  sono stati trasferiti ad altre amministrazioni dello Stato. E fin qui nessun problema, cioè fino a quando qualche dipendente non è andato in pensione ed oltre a richiedere la pensione ha chiesto la liquidazione del Tfr o Tfs come si chiama nel pubblico impiego, sentendosi rispondere che  non era possibile per mancanza di fondi. In quel momento è venuto a galla che il quadro normativo di riferimento dal 2012 in poi, su questo aspetto presenta difficoltà interpretative perché il decreto delegato sarebbe , secondo l’Avvocatura dello Stato, troppo sintetico e lacunoso.
Quando è stato trattato sindacalmente il problema della gestione del personale e della relativa mobilità, forse non si è approfondito fino in fondo la questione dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto, dando per scontato che trattandosi di un ente strumentale dello Stato, ai lavoratori sarebbero state erogate le loro spettanze senza problemi, anche perché le relative poste economiche sono state sempre contabilizzate dalla Croce Rossa e proprio per questo i lavoratori pubblici non sono iscritti all’apposito  Fondo di Garanzia attivo presso l’Inps che eroga il Tfr al posto dei datori di lavoro insolventi.
L’Inps alla richiesta di pagamento ha  fatto presente che avrebbe pagato solo la parte di Trs/tfr di competenza per la sua gestione ( in pratica il periodo di lavoro dal 2018 in poi) visto che il patrimonio offerto dalla Croce Rossa in garanzia del lavoro ante 2018  presentava difficoltà di smobilizzo e la vendita realizzata ha fruttato solo 15 milioni di euro circa, mentre la somma da versare all’Inps per sanare la questione Tfr/Tfs ammonta a circa 117 milioni di euro.
Il Mef aveva cercato di risolvere la situazione inserendo un emendamento al decreto fiscale di fine ottobre 2018 per un importo di 84 milioni stanziati a favore dell’Ente Croce Rossa. Scoppiò lo scandalo della “manina” e le argomentazioni portate per giustificare la fondatezza e giustezza dell’emendamento non convinse la compagine governativa al suo ripristino tutta concentrata in particolare sul futuro “reddito di cittadinanza”.
Nel merito intervennero le OOSS  di categoria.
Con una nota unitaria di Fp Cgil, Cisl Fp e Uilpa del 16 ottobre 2018 chiesero anch’esse inutilmente il ripristino dell’emendamento facendo presente che si trattava soltanto una soluzione tecnica, che non alterava  l’invarianza di spesa per la finanza pubblica..
La situazione si è trascinata fino ad oggi senza che si sia aperto un solo spiraglio concreto, tranne quello di adire in giuidizio.
Per uscire dall’impasse,di  recente c’è stata una  richiesta dei sindacati confederali di indire una “Conferenza di servizi”  fra Ministero del Lavoro, il Mef e l’Inps, come possibile strada da percorrere che, se accolta, può portare a soluzione il problema. Si dovrebbe predisporre un piano di ammortamento molto dilazionato, perché i tempi di pagamento di queste spettanze sono lunghissimi, da 1 a 6 anni dopo il pensionamento e quindi qualche spicciolo di dovrebbe racimolare nelle pieghe del bilancio oppure il trattamento di fine rapporto rischia di diventare un’opzione discrezionale.

 

camillo linguella

 

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