Quest’anno il Tfr batte la complementare

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L’andamento negativo dei mercati finanziari del 2018, dovuti a tutta una serie di fattori, fra quelli esterni e quelli interni, ha prodotto rendimenti negativi in quasi tutti gli asset e anche le forme di previdenza complementare, fondi chiusi, fondi aperti, pip e preesistenti, hanno dovuto segnare il passo. Questo non costituirà un elemento di sprone per aumentare le adesioni che nonostante l’introduzione di iscrizioni semiautomatiche per via contrattuale, sono sempre intorno al 30%. E sono inferiori nelle zone dove maggiormente è necessaria una futura integrazioni pensionistica, vale a dire il Meridione e le Isole, fra le fasce di età sono minoritari i giovani e fra i sessi le donne. Niente di nuovo, purtroppo.
I fondi negoziali di categoria hanno perso mediamente il 2,5%, i fondi aperti hanno perso in media il 4,5%, mentre i PIP di ramo III, hanno perso lo scorso anno il 6,5%. Nello stesso periodo il TFR si è rivalutato dell’1,9% battendo tutti.
Ciò ha immediatamente rinfocolato la diatriba sulla sicurezza dello strumento del salario differito rispetto all’aleatorietà dei rendimenti della previdenza complementare. I nemici della complementare non aspettavano altro per rinfocolare le loro vetuste critiche, rivelatisi, nella fattispecie, non infondate. Non solo ma i motivi per cui si sono verificati questi risultati, non sono per niente finiti: guerra dei dazi, altalena dello spread, possibile multa Ue, introduzione del mini bot come moneta parallela eccetera. Bene ha fatto il presidente della COVIP Mario Padula a ricordare nella sua  introduzione di presentazione della Relazione annuale, come i rendimenti vanno tenuti presenti nel lungo periodo.. Considerando allora i rendimenti netti medi annui composti a 10 anni, a fronte di una rivalutazione del TFR che si ferma al 2%, la previdenza complementare fa nettamente meglio: le unit linked hanno reso il 4%, i fondi aperti il 4,1% e i fondi negoziali il 3,7%.
Oltre all’andamento dei mercati, ci sono  altri elementi che frenano la complementare e sono le manovre in corso sul primo pilastro che possono aprire scenari inediti, a prescindere dalla capacità del sistema di sostenere i costi. Quota 100, il blocco parziale (per ora) dell’incremento dell’età pensionabile all’incremento della speranza di vita, quota 41 per tutti e soprattutto una diversa  formulazione evolutiva della pensione di cittadinanza, ora troppo legata al reddito di cittadinanza, ma un domani più autonoma da essa. Elementi che  frenano coloro che hanno redditi frammentati e medio bassi e che vogliono vedere come va a finire trascurando o rifuggendo ogni ipotesi di risparmio previdenziale: Se c’è trippa per gatti, ebbene, approfittiamo. La sdituazione è stata perfettamente evidenziata dalla  trasmissione “Tagadà” del 26 giugno 2019,nella quale erano  intervistate alcune persone nel napoletano. La trasmissione  ha fatto emergere delle situazioni  di conquistato benessere che potrebbero  essere esiziali per le finanze pubbliche, ma non più di quanto non lo siano già, che è una vera manna dal cielo per i fortunati neo titolari del reddito di cittadinanza. Candidamente hanno ammesso e senza avere l’aria di compiere alcun che di vietato che con circa 700 euro statali del reddito di cittadinanza  e 700 euro del lavoro in nero che continuano a svolgere e che tranne casi disgraziatissimi nessuno scoprirà mai, oggi hanno la possibilità, e lo hanno dichiarato, di poter vivere per la prima volta decentemente e permettersi anche una pizza in trattoria, sogno  vanamente inseguito per molti anni.

Di questo non possiamo che essere contenti.

 

Camillo Linguella

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1 commento Commenta
donsalieri
Scritto il 28 giugno 2019 at 15:43

Quando si fanno dei confronti sui tassi di rivalutazione andrebbero considerati anche i costi altrimenti il confronto perde di significato non le sembra?

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