Quale futuro per le pensioni: la flat rate?

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L’Inps nella sua ultima relazione ha rassicurato tutti, in particolare i lavoratori ed i pensionati sulla solidità del sistema pensionistico italiano. Non c’è nessun problema di liquidità ha detto il presidente Tridico e, riconoscendo che comunque necessita un intervento dei singoli soggetti per rimpinguarsi la loro pensione, ha riconosciuto implicitamente la validità della previdenza complementare, quando, in omaggio della politica di “asso pigliatutto” propria dell’Inps, ha affermato che se fosse per lui istituirebbe subito un bel fondo complementare Inps. Su questa involontaria invasione di campo in materia che non gli compete, si è accesa una bella polemica, anche se la vocazione a programmare lo sviluppo della Sicurezza Sociale senza imitarsi a svolgere il compito di meri amministratori, non nasce con Tridico, ma ha un illustre predecessore, il prof Boeri Tito. Il che è anche (psicologicamente) comprensibile, trattandosi di professoroni abituati a formulare teorie più che governare, organizzandoli, uomini e cose. Forse sono intimamente convinti che questo è il loro ruolo, anche se forse travalica quelli dei governi, legislatori, parlamenti, forze sociali.
Nessuno discute sulla solidità e sostenibilità dei conti Inps, ma vedendo le cose in prospettiva qualche dubbio può nascere. Stando agli ultimi dati Istat la società italiana conferma il suo trend di crisi demografica.
Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione. Al 31 dicembre 2018 è di 60.359.546, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima.
Gli italiani al 31 dicembre 2018 scendono a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini che hanno preso la cittadinanza italiana sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.
Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.
La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193 mila unità.
Meno giovani, più vecchi. Questo è il trend che ci porterà nel giro di qualche decennio da 60milioni a circa 50 milioni e forse anche di meno.
Questo andamento pone una serie di problemi sociali, economici e politici che riguardano tutti i segmenti della società italiana: una politica che non scoraggi i giovani a fare figli, a questi ( i giovani) dare una prospettiva di vita serena e dignitosa ed una vecchiaia attorniata da figli ( che lavorano) e nipoti che studiano ( per rimanere a lavorare in Italia).
Problemi che chiedono studi, approfondimenti e soluzioni meditate e programmate, non soluzioni estemporanee, “immaginifiche” e inconcludenti. Non penso al decreto dignità e prima ancora al jobs act o al reddito di cittadinanza, ma alla mancanza di un disegno complessivo di una società futura e come realizzarla, sapendo, perché lo sappiamo da secoli, che per programmare il futuro si hanno a disposizione almeno quattro cose da combinare insieme, la natura, le risorse umane, l’evoluzione tecnologica e i soldi.
Per esempio per quanto riguarda le pensioni, balza evidente il baratro che si apre per i futuri pensionati. Le prospettive  non sono le più allettanti, ad una vita lavorativa grama, c’è la certezza di una vita pensionistica ancora peggiore.
Con l’attuale sistema a ripartizione, le pensioni si pagano con i contributi che si raccolgono. Se la popolazione passa da 60 milioni a 50 inevitabilmente, per forza di cose, si restringe il budget contributivo Inps a disposizione . Se l’Italia ha l’età pensionabile più alta d’Europa è perché ha, corrispondentemente, la più alta speranza di vita. Più che cincischiare su quota 100 o quota 41 ( cioè dare a tutti la possibilità di andare in pensione al raggiungimento di 41 anni di contributi) occorre) che comunque con qualche aggiustamento attuariale, ben vengano, forse occorrerà trovare un nuovo sistema di finanziamento delle pensioni che abbia sempre al centro il lavoro, ma su basi differenti..
Il sistema pensionistico nostrano come del resto nella maggior parte dei paesi europei non appare adeguato a fronteggiare situazioni di insufficienza pensionistica finchè l’importo della pensione sarà strettamente correlato al periodo lavorativo e al montante contributivo individuale accantonato, senza nessun intervento solidaristico.
L’Italia ha in comune con i paesi europei la caratteristica di sistema pensionistico di tipo “assicurativo” mentre i regimi di tipo “universalistico” invece forniscono pensioni flat rate, cioè un importo sociale adeguato indipendente sia da livelli retributivi sia con la durata del periodo lavorativo.
Inoltre, a peggiorare le cose, lo schema pensionistico italiano come le altre parti del nostro sistema di sicurezza sociale è ancora costruito sul modello del lavoratore dipendente tipico a tempo indeterminato, mentre il mondo del lavoro risulta oggi profondamente modificato in peggio, vista la preponderanza delle carriere corte e discontinue.
Un fattore che renderà una maggiore presenza di pensioni non adeguate, cioè basse, è l’attuale sistema di indicizzazione : indicizzate al solo andamento inflattivo e questa forma resterà tale anche a prescindere dai vari blocchi perequativi attuati negli ultimi anni creano dei rischi di povertà.
Per mantenere l’attuale sistema di pensioni, occorre puntare sulla integrazione della previdenza pubblica, anche se bisogna rimarcare come il ricorso a questa soluzione va bene per i lavoratori dipendenti regolari o gli autonomi con un reddito medio alto, ma non alle tipologie di lavoro presenti oggi sul mercato perché presuppongono la capacità di una contribuzione aggiuntiva a quella Inps che pochi posseggono. Chi propone nuovi fondi di pensione complementare, pensi a trovare una soluzione a questo problema anzicchè prospettare di investire il risparmio previdenziale in titoli pubblici italiani, o comunque in investimenti politici col rischio che la previdenza complementare che oggi è in attivo, si possa trovare nelle stesse condizioni della previdenza pubblica.

Camillo Linguella

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