Lavorare fino a 70 anni ed oltre e avere meno della pensione di cittadinanza

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All’iniziativa “Giovani e pensioni, rivolti al futuro”, tenutasi il 19 luglio scorso dal sindacato di Corso d’Italia, Roberto Ghiselli, segretario confederale nella sua relazione introduttiva ribadisce un concetto che si tende sovente a dimenticare e cioè che la previdenza è un elemento fondamentale per la tenuta sociale della nostra comunità. Occorre affrontare le questioni di maggior rilievo strutturale quali la “flessibilità in uscita, lavoro di cura, lavoro gravoso e, soprattutto, la questione dei giovani e della pensione contributiva di garanzia” se non si vuole compromettere il nostro tessuto sociale e se non si vogliono maggiormente aumentare le differenze sulla sicurezza sociale fra le vecchie e le giovani generazioni. La combinazione tra la “diffusa precarietà del mercato del lavoro e un impianto previdenziale rigido e penalizzante per le generazioni più giovani e per gli attuali 40enni è molto pericolosa. Oggi questo segmento sociale ha come prospettiva quella di andare in pensione ben oltre i 70 anni di età o 45 anni di contributi, con un assegno oltretutto non adeguato a mantenere un livello di vita libero dal bisogno come prescrive la Costituzione.
Quando fu varata la riforma Dini nel 1995, in uno scenario economico che già allora era tragico, ma rispetto a quello attuale era un vero paradiso tutte rose e fiori, furono messi in campo vari accorgimenti per ridurre ulteriormente la spesa pensionistica ancora più di quanto non lo facesse il metodo contributivo introdotto con la legge medesima, cioè una pensione strettamente correlata ai contributi versati. Infatti la legge Dini, per coloro che iniziavano a lavorre dal 1996 in poi, abrogò l’integrazione al minimo e stabilì che non si potesse andare in pensione se non si maturava un certo importo che poi fu fissato in una volta e mezzo l’assegno sociale. Se al raggiungimento dell’età legale per il pensionamento quest’importo non viene raggiunto, non si può andare in pensione ma bisogna continuare a lavorare, almeno fino a 70 anni. Così si può avere il brivido di essere equiparati ai professoroni, ai magistrati, ai primari e a tutti coloro che per motivi del tutto diversi ed opposti, possono rimanere in servizio anche fino a 75 anni, maturando del resto, pensioni di tutto rispetto.
Oggi l’assegno sociale è di 458,00 euro mensili, una volta e mezzo fanno 687,00 euro. Quindi se un lavoratore a 67 anni non matura questo importo deve continuare a lavorare. La prima proposta per cambiare questa situazione è ovvia. Occorre cambiare l’attuale sistema di adeguamento alla speranza di vita, eliminare la sogli minima dell’1,5 per chi va in pensione per vecchiaia e 2,8 volte l’assegno sociale per chi invece vuole andare anticipatamente in pensione avendo maturato gli anni contributivi richiesti. Per chi non riesce proprio a costruirsi una pensione a causa di lavori discontinui, e pochi contributi, bisogna pensare alla pensione contributiva di garanzia. Contributiva perché non può essere totalmente una prestazione assistenziale che avrebbe il difetto di non motivare i giovani alla ricerca di una situazione lavorativa migliore oppure di favorire il lavoro nero. La pensione di cittadinanza che può erogare fino a 780 euro all’età di 67 anni, anche a chi non ha mai versato nessun contributo, non può essere la risposta a questa esigenza
La proposta complessiva di modifica del panorama previdenziale xhe è stata presentata poggia oltretutto su basi realistiche perché non elude  i capisaldi base sui quali si fonda qualsiasi sistema previdenziale, cioè l’adeguatezza e la sostenibilità economica nel lungo periodo. La flessibilità in uscita si deve articolare dentro questo perimetro di sostenibilità finanziaria all’interno del quale si deve aggiungere l’elemento solidaristico, per realizzare concretamente la pensione contributiva di garanzia per le giovani generazioni.
Un ruolo importante viene attribuito alla previdenza complementare in particolare, perché “oggi non può accedere chi ne avrebbe più bisogno, i giovani e chi è nel sistema contributivo”. Il secondo pilastro è l’elemento cardine per avere delle pensioni adeguate che mettano al riparo dal rischio povertà in vecchiaia.
Landini infine ha costantemente collegato il tema della previdenza a quello del lavoro ricordando che chi svolge un lavoro gravoso ha un’aspettativa di vita diversa rispetto ad altri lavoratori.
Il sottosegretariato al Lavoro, Claudio Durigon, intervenuto all’iniziativa ha dichiarato che nei prossimi giorni convocherà le parti sociali sulla riforma complessiva della previdenza, affermando che se Di Maio non fa le convocazioni, le farebbe lui perché ha la delega sulle pensioni.
Intanto ci potrebbe anche essere un incontro fra il presidente del consiglio Conte e le parti sociali per un avvio concreto delle trattative e non dei soliti annunci.

 

Camillo Linguella

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