Adesso che succede alle pensioni e al tfr degli statali

Scritto il alle 09:13 da clinguella@finanza

Inaspettata, insolita per i tempi ed i contenuti, esplosa durante le vacanze la crisi politica più pazza del mondo, probabilmente provocata da un apprendista stregone che poi non ha saputo governare le forze che aveva scatenato, ha mandato a gambe per aria un esecutivo che forse non avrebbe mai dovuto nascere, ma che comunque tutti pensavano che sarebbe durato tutta la legislatura. Le analisi, le soluzioni si sono sprecate anche nei giorni infuocati altrimenti dedicati, per i meno giovani, al gelatino serale con la famiglia in attesa di vedere l’ennesima replica televisiva e fino a questo momento non si sa ancora come andrà a finire. A proposito quest’estate si è stati particolarmente avari con i film di Totò che invece avrebbero costituito il sottofondo ideale della situazione politica. Tutti gli editorialisti hanno spiegato, come al solito a posteriori, il perché era inevitabile che ciò avvenisse. Il governo testé finito aveva financo abolito la povertà ed oggi ci aspettiamo che questa, la povertà, ritorni in pompa magna purtroppo.
Comunque le misure caratterizzanti del governo del cambiamento nel campo della sicurezza sociale sono state il famoso reddito di cittadinanza, che non ha scosso di una virgola il panorama assistenziale e lavorativo e quota 100 che, senza rilanciare né consumi né occupazione, allontanerà progressivamente molti medici ed insegnanti, più i classici travet, mettendo ulteriormente in crisi gli uffici della pubblica amministrazione perché non ci sarà un ricambio né numericamente paritario né di pari competenze, specie. nel campo dei settori nevralgici come la sanità, la scuola ed i servizi. Va da sé che un primario ospedaliero non può essere sostituito d’emblée da un neo laureato che per quanto bravo, è privo d’esperienza che si acquista con faticose gavette. Dal punto di vista formale sono misure approvate dal Parlamento e fino al 2021 seguono i criteri previsti dalla. Legge. Nulla vieta di cambiarle già dal prossimo consiglio dei ministri dell’eventuale nuovo governo.
Queste due misure salvifiche avevano fatto passare in secondo ordine la previdenza complementare, aiutate in questo dalle turbolenze finanziarie in parte provocate da elementi esterni come i dazi doganali, in parte da improvvide ed avventate dichiarazioni di esponenti governativi e che ora dovrà essere rilanciata con convinzione.
Su queste cose nessuno dei neo protagonisti della prossima stagione politica ha finora speso una parola, tranne in alcune genericissime dichiarazioni che non dicono assolutamente nulla.
Secondo me i provvedimenti simbolo Rdc e qt 100, avversate da gran parte del  PD, saranno profondamente riviste, magari in maniera soft. Ma la battaglia si svolgerà anche sul reddito di cittadinanza. Si aggiusterà il tiro direzionando il reddito di cittadinanza verso il Ria, il reddito di inclusione attiva che aveva varato Gentiloni e che costava infinitamente meno con risultati molto più apprezzabili. Anche perché per la piena operatività del RdC mancano ancora all’appello una ventina di decreti attuativi ed i controlli che sono partiti sia pure a macchia di leopardo, stanno evidenziando condotte poco trasparenti. Oltre ai percettori del RdC nel panico totale si trovano i tutor con la nera previsione di andare ad affiancare i colleghi che dovevano essere assunti in Campania e che il governatore di quella Regione non vuole.
Altrettanto complicata è la partita su quota 100. In questo caso erano in piedi ben due tavoli sindacali sulla riforma delle pensioni, uno per conto dell’ormai ex ministro dell’Interno ed un altro per conto del rimanente governo presso la presidenza del consiglio. C’era in ballo il superamento reale dello Fornero, la pensione di garanzia per i giovani, l’opzione donna, quota 41 ma nessuno ha invocato queste misure come alternative a quota 100. Anzi è considerata un caposaldo da non mettere in discussione caso mai migliorandola in favore di coloro che si trovano nel contributivo puro e che per andare in pensione anticipatamente devono maturare l’importo minimo di 2,8volte l’importo dell’assegno sociale, circa 1300 euro mensili.Tuttavia anche se nessuno lo ammetterà mai,  persone consapevoli della voragine aperta nei conti Inps, ora e soprattutto per il futuro, cercheranno di mettere qualche restrizione al pensionamento anticipato indiscriminato, puntando su quei casi che invece sono meritevoli di una particolare attenzione dall’azione pubblica. Perché non tutti i lavori e non tutte le situazioni sono uguali. Dovrà rilanciarsi con forza l’Ape sociale utilizzando magari delle risorse ora dirottate su quota 100.
Quelli che sicuramente avranno una battuta di arresto saranno i dipendenti pubblici sui tempi del pagamento del loro trattamento di fine rapporto.
Comprensibilmente costoro sono maggiormente in ansia. Il governo appena caduto aveva dato più volte fiato alle trombe annunciando che al massimo dopo agosto potevano partire i primi anticipi del tfr/tfs dei lavoratori pubblici. In base alla disposizione del decretone istitutivo di quota 100, che ha previsto la possibilità di chiedere un anticipo fino all’importo di 45.000 euro erogato dalle banche ad un tasso ridotto (circa il 2,5 per cento a carico degli interessati). Il decreto attuativo di questa misura doveva essere pubblicato a maggio scorso, poi slittato ad agosto, poi dopo le ferie. Ora con la caduta del governo nessuno osa fare previsioni, anche perché il Garante della privacy e l’Antitrust ai primi di agosto hanno mosso dei rilievi al decreto che ora deve essere corretto dal ministero della Funzione pubblica e rimandato nuovamente al ministero del Lavoro e dell’Economia. Secondo Francesco Pacifico de Il Mattino, qui possono sorgere dei problemi non di poco conto,, perché al Mef hanno una posizione diversa su come regolare il fondo da 75 milioni da costituire all’Inps, per pagare ai lavori in uscita gli interessi sul prestito calmierato, tanto da chiedere un’ulteriore relazione tecnica sull’utilizzo del fondo.
A parte questo comunque poi occorrerà il parere finale del Consiglio di Stato e la registrazione della Corte dei Conti. Fatto questo, poi bisognerà perfezionare gli accordi con l’Inps e l’Abi. Insomma se tutto va bene, se ne parla per la prossima primavera a bocce ferme. Senza dimenticare che dallo start della domanda di richiesta di anticipo,  sono previsti ulteriori 75 giorni per l’iter burocratico. Nel frattempo si continuerà a dover aspettare come minimo due anni dalla cessazione dal servizio e in caso di pagamento frazionato anche 5/6 anni.

 

Camillo Linguella

 

 

 

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