Se fra 30 anni i pensionati sono più dei pensionandi, la pensione se la pagano da solo

Scritto il alle 09:34 da [email protected]

Il nuovo governo, se nascerà, in campo pensionistico oltre a rilanciare concretamente la previdenza complementare,  deve attuare buone politiche per l’ occupazione, avendo certamente  un occhio di riguardo per i giovani, ma senza dimenticare i meno giovani, attuando una politica per incentivare  le opportunità di lavoro in età avanzata.
La spinta propulsiva del pensionamento anticipato sembra in via di esaurimento e le possibilità future di usare la flessibilità in uscita saranno limitati a casi, categorie o mansioni specifiche. Se si vuole che il sistema del welfare previdenziale non collassi.  Sembra ormai pacifico che quota 100 sarà accantonata e si cercheranno soluzioni alternative. Comunque se le due nuove forze politiche antitetiche riusciranno a compatirsi almeno allo steso livello del governo precedente, quello dei limiti di spesa, non dovrebbe essere un problema. Entrambi sono fautori della spesa pubblica semiassistenziale.  Vedremo. Comunque quando circa 70 anni fa per il finanziamento delle pensioni,  si passòquasi dappertutto dal sistema a capitalizzazione, quello che ora è in vigore per la complementare, a quello a ripartizione, gli attuari stabilirono che il sistema a ripartizione,  per mantenersi in equilibrio  necessitava di  almeno 4 lavoratori per ogni pensionato. Rapporto che non esiste più da tempo ovunque. In Italia siamo ad un rapporto fra il 2 ed 1,5 lavoratori per ogni pensionato.

Secondo il rapporto Working-better-with-age dell’Oedc (Organization for Economic Co-operation and Development) in italiano Ocse, pubblicato il 30 agosto 2019, di fronte al rapido invecchiamento della popolazione, i governi devono promuovere maggiori e migliori opportunità di lavoro per coloro che si trovano in età avanzata per proteggere gli standard di vita degli interessati e la sostenibilità delle finanze statali.
La precondizione è che il lavoro ci sia, perché se non c’è i primi ad andare a casa sono proprio gli anziani. Mediamente nell’area OCSE il numero di persone anziane (oltre i 50 anni) già fuori dal mercato del lavoro per disoccupazione o pensionamento che dovranno essere sostenute da ciascun lavoratore potrebbe aumentare di circa il 40% da 42 a 100 lavoratori nel 2018 a 58 su 100 lavoratori nel 2050. In alcuni paesi come l‘Italia, la Grecia e la Polonia, entro il 2050 ci potrebbero esserci un numero di pensionati superiore a

quelli in attività. Se così fosse il sistema pensionistico come lo conosciamo collasserebbe nel giro di qualche anno. Allora altro che quota 100 o quota 41. Ma è anche possibile che i pensionati se la paghino da soli la pensione. In primo luogo con l’irpef. Già oggi circa un quarto di tutto l’irpef è pagato dai pensionati, in secondo luogo attivando il circolo virtuoso della “economia dei capelli grigi” , la “grey hair economy” o “silver economy“, aumento dei servizi per la terza età, aumento della produzione di prodotti specifici per gli anziani, sviluppo delle co-housing ( abitare insieme),  qualcosa fra gli ospizi e le case albergo/case di riposo ed il relativo personale,  dove gli anziani ospiti autosufficienti vivono insieme pur mantenendo camere riservate, hanno assistenza sanitaria minima, come iniezioni, medicature, il first aid medico, l’aiuto per la spesa eccetera, nonché l’assistenza di badanti ( o robots care giver) qualificati.
Tuttavia ritardando l’età media in cui i lavoratori possono lasciare il lavoro e riducendo il divario di genere nella assunzione di giovani, l’ aumento medio del numero dei pensionati per l’area OCSE potrebbe essere ridotto del 9%. “Il fatto che le persone vivano più a lungo e in buona salute è un risultato da festeggiare”, ha affermato Stefano Scarpetta, direttore dell’OCSE per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali, quando ha illustrato rapporto a Tokyo, la capitale di un paese con una popolazione ancora più vecchia della nostra. “Ma un rapido invecchiamento della popolazione richiederà un’azione politica concertata per promuovere l’invecchiamento attivo in modo da compensare le sue conseguenze potenzialmente gravi per gli standard di vita e le finanze pubbliche.”

Il rapporto sottolinea che in alcuni paesi dell’OCSE già sono stati compiuti molti progressi per incoraggiare i lavoratori anziani a lavorare fino all’età di 65 anni e oltre. In Italia per esempio l’età legale per andare in pensione oggi è di 67 anni, sia per uomini che donne ma ci sono tante vie di uscite anticipate per cui l’età media dei pensionati italiani è al di sotto dei 65 anni, oscillante fra i 63 ed i 64 anni. Praticamente in tutti i paesi OCSE, l’età effettiva in cui gli anziani escono dal mercato del lavoro è ancora più bassa oggi rispetto a 30 anni fa, nonostante un numero maggiore di anni da vivere. Ciò è spiegato da una combinazione di scarsi incentivi a continuare a lavorare in età avanzata, riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e trattenere lavoratori più anziani e investimenti insufficienti nell’occupabilità per tutta la vita lavorativa, oltre alla mancanza di lavoro per tutti..
Dice l’Ocse che  sono necessarie in molti paesi ulteriori misure  per garantire che il lavoro in età avanzata sia incoraggiato e non penalizzato. Le norme sull’occupazione e le retribuzioni per anzianità dovrebbero essere riviste e riformate ove necessario in modo da aumentare la domanda di lavoro per i lavoratori più anziani e scoraggiare il ricorso a forme precarie di occupazione dopo una certa età. Sono inoltre necessarie una maggiore flessibilità nell’orario di lavoro e migliori condizioni di lavoro in generale per promuovere una maggiore partecipazione a tutte le età. Ad esempio, un lungo orario di lavoro può dissuadere alcune persone anziane dal continuare a lavorare e impedire ad alcune donne, che tornano dalle pause di educazione dei figli, di perseguire carriere lavorative più lunghe. Inoltre cattive condizioni di lavoro in giovane età possono portare a cattive condizioni di salute e al pensionamento anticipato in età avanzata.

È anche importante investire nelle competenze dei lavoratori più anziani, afferma l’OCSE. Essi mostrano minore  prontezza ad adeguarsi ai modelli di lavoro digitale rispetto ai loro figli e nipoti e partecipano molto meno alla formazione professionale rispetto ai lavoratori più giovani, anche perché le aziende puntano direttamente sui giovani. Un fattore chiave che impedisce ai lavoratori anziani di colmare il divario di competenze con i dipendenti più giovani sta nel fatto che i datori di lavoro di solito non vedono i vantaggi di investire nella formazione dei loro dipendenti anziani. Fornire buone opportunità ai lavoratori per migliorare le proprie competenze e apprenderne di nuove durante le loro carriere lavorative è un requisito fondamentale per favorire una vita lavorativa più lunga in lavori di buona qualità.
Pertanto l’OCSE raccomanda ai governi di intraprendere azioni specifiche in tre grandi aree,
i) garantendo che il sistema pensionistico  incoraggi e ricompensi il pensionamento ritardatoallineato  con la maggiore aspettativa di vita e fornendo una maggiore flessibilità nel passaggio tra lavoro e pensionamento come per esempio forme di part time non penalizzanti ( esperimento tentato in Italia ma con scarsi risultati);
ii) limitare l’uso di piani di prepensionamento finanziati con fondi pubblici e scoraggiare il pensionamento obbligatorio da parte dei datori di lavoro. Questo però presuppone un mercato del lavoro molto dinamico che attualmente non si intravede;
iii) garantire che le prestazioni previdenziali siano utilizzate per fornire sostegno al reddito per coloro che non sono in grado di lavorare o cercano attivamente lavoro e non come regimi di prepensionamento di fatto.
Inoltre bisogna incoraggiare i datori di lavoro a trattenere e assumere lavoratori più anziani:
i) affrontando la discriminazione basata sull’età nelle assunzioni, nella promozione e nella conservazione del posto;
ii) cercare una migliore corrispondenza tra il costo del lavoro e la produttività dei lavoratori più anziani, lavorando con le parti sociali per regolare speciali protezione del lavoro basate sull’età.
iii) incoraggiare le buone pratiche dei datori di lavoro nella gestione di una forza lavoro diversificata per età.
Infine occorre promuovere l’occupabilità dei lavoratori durante la loro vita lavorativa migliorando l’accesso all’apprendimento permanente e al riconoscimento delle competenze, migliorare le condizioni di lavoro e la qualità del lavoro a tutte le età e fornire un’assistenza occupazionale efficace ai lavoratori più anziani che affrontano la perdita di posti di lavoro o desiderano trovare un altro lavoro..

Camillo Linguella

 

 

 

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2 commenti Commenta
andres de fonollosa
Scritto il 2 settembre 2019 at 14:55

Da un bel pezzo ormai siamo nel sistema contributivo e non ha più senso dire che le pensioni le stanno pagando quelli che lavorano.
I contributi versati oggi devono servire a garantirsi la pensione domani, chi versa nel contributivo non deve aver bisogno di altri lavoratori perchè la sua pensione sia onorata. Quest’ultima sarà semplicemente il frutto dei contributi che ha versato per sè stesso nell’arco della sua vita lavorativa.
Se ci sono debiti e buchi enormi è corretto che siate voi pensionati retribiutivi a colmarli in qualche modo, eventuali patrimoniali atte a sanare questi disavanzi dovrebbero gravare solo ed esclusivamente sulle vostre spalle.
L’idea che restituisce l’articolo è antiquata e fuorviante, vecchia nel pensiero nell’anima.

clinguella
Scritto il 4 settembre 2019 at 09:24

Purtroppo non è così, il metodo contributivo introdotto con la riforma Dini nel 1995 è un sistema contributivo virtuale ( NDC – Notional Defined Contribution) che serve a determinare il montante individuale accumulato, ma il sistema di finanziamento rimane sempre a ripartizione. Cioè le pensioni sono pagate in base ai contributi effettivi versati in quel momento da tutti i lavoratori, dipendenti e autonomi. Se il mercato di lavoro per esempio si restringe, affluiscono complessivamente meno contributi e quindi le pensioni possono essere soggette a rischio di diminuzione.
Viceversa, nella previdenza complementare vige quello che lei afferma, trattandosi di un sistema a contribuzione reale, a capitalizzazione individuale, dove ognuno ha un proprio “salvadanaio” che non è influenzato dalle vicissitudini degli altri.

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