Perché due pilastri per le pensioni e non un unico calderone all’Inps

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Ciclicamente ogni tanto riaffiora  una domanda che di per sé non è peregrina, perchè risponde ad un sentito di molte persone. Perchè due pilastri e non uno solo? Ormai è assodato che le future pensioni non saranno sufficienti e che occorre pensare per tempo a costruirsi una pensione complementare, il secondo pilastro appunto. Altri invece  alzano le spalle e pensano alla pensione di cittadinanza,da vecchi, così come il reddito di cittadinanza da giovani, dovrebbe mallevarli da ogni ambascia del vivere quotidiano. Con il nuovo governo non è detto che ci sarà maggior rigore, anzi, può darsi anche il contrario perchè  con 780 euro mensili non c’è da scialare e a Roma non si paga neppure l’affitto per un monolocale con angolo cucina ed angolo bagno.   Poi in pensione i bisogni sono più che ridotti e con la pensione di cittadinanza si vivacchia bene. Ammesso che queste misure rimangono così come sono state legiferate o saranno adeguate alle mutate condizioni politiche ed alla cruda realtà. E’ inutile far stipulare il patto per il lavoro a 750mila persone se poi il lavoro non c’è, per esempio. Già se si occupasse una metà ( 300mila nuovi occupati) si griderà al miracolo.
Al di là di questa considerazioni non sono pochi coloro che pensano che invece di avere i  due famosi pilastri, quello per la pensione obbligatoria erogata dall’Inps e quello per la pensione integrativa erogata dai fondi pensione, forse è più conveniente e sicuro ed economico versare anche il tfr e le quote dei datori di lavoro e dei dipendenti all’Inps, così si evita tutto l’amba aradam legato ai rischi dei rendimenti finanziari e si sottrae soprattutto un altro elemento di speculazione alle banche, che ultimamente non hanno dato un brillante esempio, alle assicurazioni ed in ultimo ai fondi pensione di categoria che sono gestiti dai sindacati.  Una posizione inedita è quella tutta hegheliana del neo presidente dell’Inps che vorrebbe mantenere i due pilastri, ma farli gestire entrambi dall’Inps.
Oggi il fronte degli “opinionisti” favorevoli al ritorno ad un unico pilastro si è molto irrobustito, ma per motivi che non attengono all’adeguatezza delle pensioni. I motivi sono da ricercare nel tentativo di incameramento del pingue patrimonio dei fondi pensione.
Secondo la Covip, alla fine di giugno 2019, le risorse della previdenza complementare ammontano a 174,7 miliardi di euro e il patrimonio dei fondi negoziali, 53,9 miliardi di euro, è cresciuto  del 7 per cento.

La quota di patrimonio che le forme pensionistiche complementari investita nel nostro Paese è limitata: gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane presenti nei portafogli dei fondi pensione sono il 3 per cento del totale.
In altre economie di dimensioni simili alla nostra, vi è la tendenza ad investire in titoli domestici una quota di portafoglio molto superiore (cosiddetto home country bias).
Lo scarso numero di imprese quotate e più in generale la scarsa articolazione del mercato privato di capitali in Italia, limitano l’opportunità di diversificazione dei fondi pensione che hanno indirizzato i loro investimenti prevalentemente verso i mercati esteri. Contro questa fuga all’estero si sta tuttora lavorando in diversi modi cercando di coinvolgere la Cassa depositi e prestiti, ma finora inutilmente.
La riduzione ad un solo pilastro pensionistico le cui reali motivazioni sarebbero quelle sopratratteggiate, non costituirebbe però un affare per i  pensionati.
La pensione pubblica, il cosiddetto primo pilastro, ridefinita con il sistema contributivo  garantisce una maggiore rispondenza fra i contributi versati e le prestazioni, ma mantiene il sistema di finanziamento a ripartizione. Con questo sistema il pagamento delle pensioni è assicurato dal versamento dei contributi dei lavoratori attivi. Più si restringe la base occupazionale, più si restringe il gettito contributivo e meno risorse ci sono da ripartire. Quindi a prescindere dal sistema contributivo, se il mercato del lavoro e più in generale l’economia non riparte, le casse dell’Inps saranno sempre più vuote. Da qui la necessità di nuove riforme che punteranno sulla sostenibilità anzicchè sull’adeguatezza.


Un sistema si dice sostenibile quando è in grado di far fronte ai suoi obblighi negli anni futuri. Per mantenere la sostenibilità la pensione pubblica ha dovuto diminuire gli importi . Per adeguatezza si intende la capacità del sistema di far vivere i pensionati secondo gli standard ante pensionamento. Versare contributi aggiuntivi all’Inps significa aumentare la spesa individuale di ogni lavoratore, ma non il risultato che dipende da fattori macroeconomici.
Un maggior versamento contributivo solo al primo pilastro quindi non garantisce una pensione più alta, perché soggetta ai rischi insiti nel sistema a ripartizione. Inoltre c’è il metodo di determinazione del coefficiente di trasformazione su cui si calcola la pensione. Esso tiene conto anche della media quinquennale del Pil. Immaginato sempre in crescita e quindi come elemento di redistribuzione della ricchezza nazionale. La realtà ha dimostrato che purtroppo non sempre è così.
Per evitare il rischio politico di riforme sempre più restrittive e mantenere rendite adeguate è stato necessario istituire il secondo pilastro, la pensione integrativa che è ad adesione libera e volontaria.
La previdenza complementare, tipicamente rappresentata dai fondi pensione, si basa sul principio della capitalizzazione individuale, come se l’interessato  aprisse un conto corrente individuale dove vanno a finire tutti i suoi risparmi previdenziali il cui capitale accumulato sarà restituito al pensionamento indipendentemente dalle vicissitudini degli altri.
Alcuni esempi di applicazione del rischio politico: la riforma delle pensioni della Fornero che sottrae a regime 80 miliardi dalla previdenza per andare a coprire il debito ( cioè ripagare gli sprechi, le corruzioni, le inefficienze burocratiche di cui i pensionati non hanno alcuna colpa), l’allungamento dei tempi di pagamento del tfr agli statali. Ecco perché un solo pilastro metterebbe i pensionati alla mercè dell’andamento del debito, mentre con i due pilastri c’è maggiore tutela ed una pensione più congrua. I due sistemi, quello a ripartizione dell’Inps e a capitalizzazione dei fondi pensione, alla fine bilanciano guadagni e rischi ed in prospettiva danno una pensioone migliore. Finora quest’assioma non è stato ancora smentito.

 

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