Il nuovo governo fa il vago sulle pensioni

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Incassata anche la fiducia del Senato con 169 voti, addirittura otto in più del necessario, il governo “ha pieni poteri” e si può mettere subito in moto per realizzare il programma fiume illustrato dal presidente del consiglio nella sua straripante illustrazione durata quasi due ore. C’è di tutto, mancava il “vogliamo bene alla mamma“. Come ha sottolineato l’ing. De Benedetti, ma secondo altri mancava anche una chiara enunciazione sulle politiche sociali ( a parte gli asili nido che sono solo uno spicchio e neppure il più importante) e su quelle pensionistiche previdenziali, previdenza complementare e il cosiddetto “secondo welfare” quello che punta sulla sanità integrativa al posto delle Asl.  Non poteva essere diversamente. Il neo governo si trova stretto in una tenaglia di acciao temprato. Da una parte, con l’occhio ai sindaggi, sa di non poter invertire o arginare all’improvviso la fiumana sovranista – populista che una parte dei contraenti ha contribuito a creare e che l’altra parte non può rigettare perchè deve riconquistare le masse. Quindi il neo presidente si è guardato bene dal fare qualsiasi considerazione su queste materie  o accennare a qualche timido  bilancio delle misure emblematiche del precedente governo: il reddito di cittadinanza e quota 100. Di conseguenza  promette meno tasse, meno iva, più stipendio (salario minimo) ma non più pensioni. Dall’altra parte della tenaglia c’è la conversione europeista che ha portato alla nomina di Gentiloni alla Commissione Europea che quant’ anche ci lasceranno spendere qualche briciola in più , ci obbligherà comunque a puntare sulla crescita della ricchezza prodotta anzicchè sulla crescita del debito. Questa contraddizione è stata pubblicamente evidenziata ed espressa da Emma Bonino motivando il suo no alla fiducia, oltre al perché non le hanno dato nessun incarico e al ministero degli Esteri è stato preferito un altro. Alcuni quotidiani nazionali già hanno disegnato i probabili scenari sulle pensioni e quota 100 in particolare. Ma come non ci hanno indovinato sull’evoluzione del quadro politico, è probabile che anche sulle pensioni la realtà sarà diversa.
I sindacati da parte loro cercano di battere il ferro finchè è caldo approfittando il connubbio delle due “sinistre” ( almeno su alcuni temi) e rilanciano alla grande, partendo proprio dal Protocollo del 26 settembre 2016 firmato dall’allora Governo e dal sindacato, ribadendo che la flessibilità in uscita deve rimanere partendo dai 62 anni di età con venti anni di contributi, consentire il pensionamento a coloro che hanno 41 anni di contributi a prescindere dall’età e dare una pensione di garanzia ai giovani, riconoscere la diversità dei lavori e infine rilanciare la previdenza complementare. Per le donne non è sufficiente l’opzione donna, occorre il  riconoscimento del lavoro di cura e della maternità ai fini pensionistici  Sulla quota 100 molti chiedono che venga rispettata la scadenza prevista nel 2021. Poi si vedrà, magari introducendo  qualche restrizione, innalzando l’età a 63/64 anni ecc.
Come io ho sostenuto in moti miei precedenti post, la questione sarà lasciata un po’ decantare mentre si individuano i punti essenziali su cui convergere, che sono anche la diminuzione delle tasse ai pensionati, sulla falsariga della tassazione delle rendite previdenziali della complementare, basata sull’anzianità contributiva le cui aliquote partono dal 15 al 9%. Più si è lavorato e meno tasse si pagano. Poi c’è la questione niente affatto marginale della perequazione che non può subire blocchi annuali. La beneficenza agli altri non la possono pagare solo i pensionati.
La strada della flessibilità, sia pure partendo dai 62 anni, se si vogliono rispettare i criteri di sostenibilità non può che passare su una profonda riforma dell’Ape sociale che oggi è prevista dai 63 anni in poi e che potrebbe benissimo diventare 62. Non occorrono neppure nuove risorse, anzi si utilizzerebbero solo in parte quelle risparmiate dal minor numero dei richiedenti quota 100 e avanzerà anche qualcosa da portare a diminuzione del debito pubblico.
Se poi avremo anche il coraggio di riscrivere in bella copia la norma sul reddito di cittadinanza, le risorse che possono essere veramente riversate per il reddito di inclusione e creazione della possibilità di lavoro saranno sicuramente inferiori a quelle stanziate. Così si avrebbe un duplice effetto: risparmio virtuoso e reale avviamento al lavoro.

 

 

 

Camillo Linguella

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