La complementare in un cono d’ombra

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 Gli ultimi dati statistici resi noti dalla Covip, riferiti a giugno 2019, danno un quadro complessivo soddisfacente della previdenza complementare italiana.
A metà del 2019, il numero complessivo degli iscritti è di circa 8,120 milioni mentre il patrimonio, sempre a giugno 2019, ammonta a 174,7 miliardi di euro.

Anche i rendimenti non sono andati complessivamente male Nel primo semestre del 2019 i mercati finanziari hanno registrato buoni recuperi dopo un 2018 non proprio brillante.  Se guardiamo nel lungo periodo, perchè questo è l’orizzonte temporale che si deve tenere sotto osservazione, nel periodo decennale  da inizio 2009 a fine dicembre 2018, il rendimento medio è stato del 3,93% Nello stesso periodo, la rivalutazione media annua composta del TFR è stata pari al 2 per cento.
I sindacati da parte loro nell’ultimo incontro con il presidente dei Consiglio hanno chiesto misure per il rilancio della complementare, cui ovviamente è stato risposto, grosso modo che non ci sono problemi. Inoltre si fanno sempre più fitti i seminari, incontri simposi per l’utilizzo di una buona parte del 174 miliardi di patrimonio per investimenti in economia reale ( in Italia) e per il rilancio delle PMI.
Di fronte a questo scenario molto promettente, di fronte alla acclarata indispensabilità di una pensione integrativa, come dimostrano i recenti vari dei PEPP e della IORP 2, la sensazione che si ha, quella “percepita” è che il secondo pilastro sia finito in un cono d’ombra, e che vive una fase di stagnazione come se si fosse entrati in una morta gora, da cui sarà difficile poterne uscire. Non basteranno le attuali iniziative di Edufin rivolta all’educazione previdenziale e finanziaria, né la riproposizione di un nuovo semestre di silenzio assenso a far ridecollare la seconda gamba delle pensioni.
I fattori che hanno determinato questo insieme di “percepito” distante dalla reale situazione, sono molteplici.
Partiamo dal silenzio assenso. Già quando fu sperimentata nel 2007, mi sembra che fosse ministro del lavoro C. Damiano, gli iscritti raccolti con questa modalità furono 70.000, cioè niente, mentre la maggior parte si affrettò a dichiarare che voleva mantenere il suo Tfr. A riprova di ciò c’è il fatto che dopo tanti anni di lotta, anche nel pubblico impiego si è ottenuto di poter utilizzare lo stesso istituto. Ma dal 2017 ad oggi, né dai sindacati, né dai datori di lavoro, né dall’Aran che deve individuare i criteri applicativi, sono venuti segnali di alcun tipo.
Un’altra scommessa sostanzialmente persa è quella delle adesioni contrattuali. Consiste nell’adesione automatica ad un fondo di categoria  per tutti i lavoratori a cui si applica un determinato CCNL, mediante il quale solo l’azienda si obbliga al versamento di un contributo.
Il lavoratore viceversa non ha nessun obbligo di versamento di un contributo a suo carico né del Tfr. Il fine è quello di trasformare questo tipo di iscrizione che è parziale, in una adesione piena che comporta il versamento anche del contributo a carico del dipendente e del versamento delle quote future del Tfr. Allo stato attuale sono pochi i lavoratori che hanno scelto l’adesione completa e tutta l’operazione rischia di divenire solo un costo per i Fondi pensione.
Infine c’è la gestione finanziaria, che è molto importante. Abbiamo detto prima che i risultati del primo semestre sono positivi. Ma ora l’aria sta nuovamente cambiando, e molti temono che un’altra guerra dei dazi commerciali mieterà ancora molte vittime. Con la discesa dello spread le obbligazioni sono sempre un’opzione interessante, anche se attualmente hanno dei rendimenti negativi. Secondo ekonomia.it “Obbligazioni a rendimento negativo possono rappresentare, a conti fatti, l’unica opportunità di investimento o quella meno rischiosa in momenti di forte volatilità. I fondi pensione, che ragionano in ottiche di lungo periodo, inseriscono una parte obbligazionaria per garantire adeguati livelli di diversificazione dei propri portafogli.”

L’investimento nell’economia reale (italiana) non è un ostacolo per le adesioni. Tutti sono favorevoli a che i capitali vengano investiti in Italia anzicchè all’estero. Ma se così non è significa qualcosa, a prescindere che le società italiane quotate in borsa sono poche, rispetto ad altre economie avanzate e il finanziamento alle PMI nonostante tutti i vari strumenti escogitati, dai mini bond di Monti in poi fino ai PIR, piani individuali di investimento, non hanno mai prodotti risultati apprezzabili. I fondi vogliono garanzie e queste può darle solo la Cassa Depositi e prestiti che alternativamente, a secondo del quadro politico, considera la complementare  favorevolmente,  in maniera agnostica o contraria. Nella composizione del nuovo governo c’è il sottosegretario Baretta che in passato si è speso molto sull’argomento
Quello che impatta maggiormente e contribuisce a posizionare la complementare in un cono d’ombra sono i provvedimenti del precedente governo e la filosofia che li sottende. Parliamo del reddito di cittadinanza e di quota 100 ed i provvedimenti collegati, come il riscatto dei periodi non lavorati e il riscatto laurea low cost.
Questi due ultimi provvedimenti, di cui si discute come allargare la platea, sono dei provvedimenti atti a costruire un’anzianità contributiva a chi altrimenti non potrebbe raggiungere il diritto alla pensione. Il che è cosa buona e giusta. Poi si intravede una sorta di inversione di tendenza rispetto al welfare, anche se il governo non ha detto e maggiormente, fatto niente di diverso dai precedenti esecutivi, ma si sente prevalere la tendenza alla fiscalizzazione degli oneri. Cioè invece di attribuire parte dei costi del welfare sui singoli, lo Stato tenda a riassumerli a sé. Cosa buona anche questa. Di fronte ad una forte ripresa economica, non ci sarebbe nessun problema. Ma poiché questa ripresa, se ci sarà, avrà tempi molto lunghi, qualcuno poi dovrà pagare e non certamente mettendo delle tasse sulle merendine ( idea che fra l’altro è già stata bocciata).
Ma se anche tutto questo fosse realizzato, non basterebbe a cancellare la bontà della complementare. Perché, voglio ricordare che i riscatti previsti dal DL 4/19 sono determinanti per raggiungere il diritto, cioè i 20 anni di lavoro, ma per l’ammontare della pensione occorre comunque una pensione aggiuntiva se si vuole un importo adeguato.

 

Camillo Linguella

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