Il tormentone di quota 100 e la sentenza della Corte sulla tassazione del PI

Scritto il alle 09:43 da clinguella@finanza

La legge di bilancio 2020 al momento salverebbe  il reddito di cittadinanza, il che è ovvio, visto che la parte ispiratrice è ancora al governo, ma salverebbe anche quota 100 la cui parte proponente ahimé ( ahimé per la parte proponente) invece non è più al governo dopo aver invano ambita a restarci da sola. Quota 100 come sappiamo tutti ha reso superfluo l’anticipo pensionistico volontario e sociale che erano misure calibrate sulle singole esigenze individuali ed avevano il pregio, la prima di non costare nulla allo Stato, la seconda di permettere un pre pensionamento a chi si trovava in oggettive difficoltà. L’APE volontario, non è una pensione ma è un prestito finanziario a garanzia pensionistica che è stata prorogata a tutto il 2019. E’ un prestito, coperto da una polizza assicurativa obbligatoria per il rischio di premorienza, concesso a un soggetto in possesso di almeno 20 anni di contributi e un requisito anagrafico di almeno  3 anni e 7 mesi prima dei 67 anni di età, cioè 63 e 5.
Il prestito viene restituito a partire dalla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia con rate di ammortamento mensili per una durata di venti anni.

APE c.d. sociale o agevolata, è un’indennità in favore di soggetti in particolari condizioni. La misura è stata prorogata fino al 31.12.2019 e molti chiedono che diventi permanente. E’ una indennità, corrisposta fino al conseguimento dei requisiti pensionistici, a favore di soggetti che si trovino in particolari condizioni.
Possono chiederla coloro che hanno un’età anagrafica di almeno 63 anni ed una contribuzione di 30/36 anni a seconda del motivo della richiesta.Se non viene stabilizzata o ulteriormente prorogata, l’l’ultima finestra per fare la domanda scade il 30 nivembre 2019.
Beneficiari
• 1.Disoccupati senza ammortizzatori con 30 anni di contributi
• 2.Lavoratori con 30 anni di contributi che assistono familiari di 1°grado con disabilità grave
• 3.Lavoratori con 30 anni di contributi che presentano un grado di invalidità superiore o uguale al 74%
• 4.Lavoratori con 36 anni di contributi che svolgono un lavoro ritenuto particolarmente pesante (e lo hanno svolto in via continuativa per almeno 6 anni negli ultimi 7).
• L’indennità è pari all’importo della rata mensile della pensione calcolata al momento dell’accesso alla prestazione;
• Non può in ogni caso superare l’importo massimo mensile di 1.500 euro;
• Non è soggetta a rivalutazione;
• Viene erogata mensilmente su dodici mensilità all’anno.
Ora i giornali, giornaloni e giornalini stanno già provvedendo a mettere in allarme il popolo sovrano segnalando a caratteri cubitali il pericolo che allo spirare del periodo di sperimentazione  con quota 100, per avere la pensione si dovrà lavorare 5 anni in più. Anzi si porta a mò di esempio tragico il fatto che chi compie gli anni ( 62) entro il 31.12. 2021 potrà andare in pensione subito, chi li compie il primo gennaio 2022 dovrà andare in pensione a 67 anni, 5 anni dopo per l’appunto. Dimenticando di dire che non si tratta di nessun aumento deciso all’improvviso, ma l’applicazione di una norma già in vigore, per i pensionamenti ordinari di vecchiaia per il 2019/20/21.
Purtroppo, i costi per coloro che hanno scelto legittimamente quota 100 rimarranno a carico dell’Inps con un esborso in più pari ai  cinque anni di anticipo che non erano previsti. Questo è il vero problema. Ufficialmente nessuno dei governanti vuol muovere niente, ma è altrettanto vero che si pensa a come modificarla in maniera più indolore possibile dal punto di vista del consenso. Si pensa a come limitare questo esborso anche se fino ad oggi sono inesprimibili i pronunciamenti per modificare questa misura. Ma ogni tanto qualcuno ci prova. I più cercano di spostare il limite di età a 63 anni, parificandolo con l’età prevista per accedere all’Ape, mentre il senatore Tommaso Nannicini, l’ideatore dell’Anticipo volontario e sociale, ha presentato un suo progetto di legge di alcuni articoli che prevede il limite di età 64 anni, quindi due anni in più, invece di 38 anni di contributi 20 anni, quindi 18 in meno ma calcolati tutti con il sistema contributivo, in pratica la pensione di vecchiaia con il contributivo puro.

Intanto sul fronte della previdenza complementare la Corte Costituzionale ha dichiarato Illegittima la tassazione fatta con modalità diversa da quella in vigore per il settore privato, sul riscatto della posizione accumulata presso un Fondo pensione per i dipendenti pubblici.
Secondo la Suprema Corte la differente tassazione penalizza i dipendenti pubblici rispetto a quelli privati sebbene le due fattispecie siano sostanzialmente omogenee. Si tratta quindi, sottolineano i giudici, di una “discriminazione che viola il principio dell’eguaglianza tributaria”. La sentenza depositata il 3 ottobre 2019 afferma che anche ai dipendenti pubblici deve essere riconosciuto il regime agevolato entrato in vigore nel 2007 per i soli dipendenti privati. La Corte, per la sua decisione, ha fatto leva sull’omogeneità del meccanismo di finanziamento della previdenza complementare sia nei fondi pensione negoziali dei dipendenti privati sia in quelli dei dipendenti pubblici, per concludere quindi che la “duplicità del trattamento tributario del riscatto della posizione maturata non può essere giustificata né dalla diversa natura del rapporto di lavoro né dal fatto che l’accantonamento del Tfr dei dipendenti pubblici è virtuale, in costanza di rapporto di lavoro”. Con questa sentenza si dovrebbe favorire ulteriormente lo sviluppo della previdenza complementare nel settore pubblico che rimane a tutt’oggi quasi il fanalino di coda dei fondi, se si considera la vastità della platea di riferimento.

 

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