Usa e Cina dalla guerra dei dazi ai fondi pensione. Una opportunity per noi?

Scritto il alle 09:23 da clinguella@finanza

Usa e Cina sono da tempo in preda ad una furiosa guerra commerciale i cui effetti comunque non sono limitati a questi due paesi, bensì ha scatenato un “fuoco amico” che colpisce anche i più servizievoli alleati statunitensi, fra cui si annovera a pieno titolo l’Italia, a prescindere da alcune recenti estemporanee titubanze ed incertezze governative. Il caso più evidente è quello dei dazi sulle mozzarelle, il vino ed il “parmesan” reggiano o padano. Tutti a sperare che la buriana passi presto e fra la globalizzazione ed il protezionismo sfegatato, si trovi una via intermedia, in modo che i mercati finanziari si possano rasserenare. Ed è proprio da questo versante che sembra venire un’ulteriore minaccia destabilizatrice.Secondo come fatto presente da Greta Bisello su Advisor on line “dal punto di vista degli Stati Uniti, gli investimenti di portafoglio in asset cinesi sono modesti. L’investimento ammonta a circa 375 miliardi di dollari in azioni (4,2% delle partecipazioni azionarie offshore degli Stati Uniti) e a soli 20 miliardi di dollari in obbligazioni (0,6% della loro esposizione internazionale). Tuttavia, il fondo pensione governativo americano è il più grande al mondo, con 15,6 mila miliardi di dollari di asset in gestione nel 2018. I dettagli sull’allocazione non sono disponibili, ma una modesta esposizione alla Cina dell’1-2% equivale a 150-300 miliardi di dollari”. Ora sembra che in maniera bipartisan, sia i democratici che i repubblicani vorrebbero in qualche modo impedire che i fondi pensione statunitensi investano in titoli cinese.
Gli effetti di una decisone del genere che starebbe ancora nella fase di studio e di analisi dei possibili effetti, potrebbe allargarsi in cerchi concentrici investendo altre estranee economie non interessate alla disputa Usa Cina.
Come si sa il sistema di finanziamento dei fondi pensione complementari ha come uno dei capisaldi della loro sostenibilità, nei rendimenti finanziari dei risparmi previdenziali raccolti, diversamente dai sistemi pubblici come l’Inps che incamera i contributi dai lavoratori per pagare le rendite ai pensionati. Quindi necessariamente investono dove esiste una possibilità di maggiori rendimenti al netto dei rischi. Ora gli schemi pensionistici aziendali e professionali già sono in affanno sia a causa dei tassi negativi sui bond, sia comunque per effetto della guerra dei dazi che un giorno si ed un altro pure fa soffrire gli indici delle principali borse mondiali. Tutti questi elementi non disegnano una bella prospettiva.

Paradossalmente sia che l’intenzione sia vera oppure messa in giro a scopo intimidatorio dall’Amministrazione Usa di vietare investimenti in paesi “nemici” potrebbe favorire il tanto auspicato, ma mai realizzato, dirottamento degli investimenti dall’estero all’economia reale, sempre beninteso che non vengano stravolti i requisiti del DM 166/2014 sugli investimenti che obbliga alla prudenza e quelli ulteriori della Iorp 2.
Fa d’uopo ricordare che tutti gli investimenti sono fatti nell’”economia reale” e non virtuale. Generalmente l’utilizzo di quest’espressione vuole indicare gli investimenti fatti in Italia e segnalatamente nelle PMI o infrastrutture che sono appunto oggettività economiche concrete che producono beni o servizi, diverse dai bond che sono titoli diciamo così “ astratti”.

Gli investimenti dei fondi pensione (escluse le riserve matematiche presso imprese di assicurazione e le risorse dei fondi preesistenti interni a enti e società) sono allocati per il 41,7 per cento in titoli di Stato; di cui il 21,4 per cento in titoli del debito pubblico italiano.
Solo il 16,4 per cento sono investiti in titoli di capitale. Gli impieghi in titoli di imprese domestiche rimangono marginali. Il totale di 3,7 miliardi è meno del 3 per cento del patrimonio; in obbligazioni sono investiti 2,5 miliardi, in azioni 1,2 miliardi; gli investimenti domestici detenuti attraverso quote di OICVM si attestano a 1 miliardo su un patrimonio complessivo dei fondi negoziali pari a 53,9 miliardi di euro ( fonte Covip, Relazione 2018 e Principali dati statistici giugno 2019).
Nel 2014 si cercò di dare un segno concreto per incoraggiare gli investimenti in Italia da parte dei Fondi pensione e delle Casse pensioni dei professionisti. La legge di bilancio per il 2015, legge n. 190/2014, commi 91/94, istituì il credito di imposta a condizione di investimenti in attività di carattere finanziario a medio o lungo termine individuate con decreto del Mef 19 giugno 2015 (GU n.175 del 30-7-2015), riconoscendo alle forme di previdenza complementare un credito d’imposta pari al 9%,  stanziando per la bisogna.80 milioni di euro.
Il dicastero dell’Economia con quest’operazione ipotizzava che la riduzione del carico fiscale avrebbe incentivato i fondi pensione e le casse dei professionisti ad aumentare la quota degli investimenti in infrastrutture che a vario titolo sono collegate all’erogazione di servizi pubblici e sono quindi suscettibili di produrre ritorni certi anche se differiti nel tempo.
L’intento era quello di attrarre gli investitori istituzionali nel settore delle infrastrutture che più rapidamente incidono sulla competitività dell’economia. sulla falsariga di quanto già avvenuto negli ultimi anni, quando si è cercato di attrarre capitali privati per la realizzazione di infrastrutture pubbliche – all’individuazione di settori specifici quali trasporti, telecomunicazioni ed energia, nei quali l’investimento è capace di generare reddito attraverso ricavi da utenza.
Purtroppo neppure questa misura produsse risultati e fu abbandonata.  Ora si spera che la guerra degli asset allocation obbliga i fondi ad investire in Italia. Il problema è che non ci sono garanzie di redditività almeno nel breve periodo. Conforta però il fatto che gli investimenti dei fondi pensione hanno comunque un orizzonte che supera i 10 anni e quindiuna possibilità di riassorbimento di crisi o bolle finanziarie che ultimamente tendono a scoppiare a distanza molto ravvicinate.

 

Camillo Linguella

 

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