Il welfare aziendale può aumentare le differenze sociali

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Welfare significa letteralmente in inglese, benessere, o stare bene. Diventa un obiettivo di politica sociale nel Regno Unito dopo la prima guerra mondiale per aiutare l’enorme numero di popolazione bisognosa di qualsiasi cosa, ma riceve la sua consacrazione mentre era in corso la seconda guerra mondiale. Con il compito prevalente di fornire assistenza medica e di mettere in grado tutta la popolazione di vivere bene, non si sopravvivere. Il rapporto sul Welfare fu pubblicato nel 1942 come iniziativa della “Commissione interministeriale per le assicurazioni sociali e servizi assistenziali” costituita nel giugno 1941 dal governo Churchil, presieduta dall’ economista liberale, rettore dell’University College di Oxford, Sir William Beveridge. Il rapporto non riguardava i settori trainanti dell’economia, come l’industria, agricoltura, terziario, mondo finanziario, come era stato fatto negli Stati Uniti con il New Deal, ma a quello della immediata, quotidiana esistenza delle persone.
Il secondo Piano Beveridge, Full Employment in a Free Society ( La piena occupazione in una società libera) fu pubblicato nel 1944, quasi come integrazione del primo. Perché il welfare è possibile solo se lavorano tutti.

Oggi generalmente per welfare si intende una serie di politiche che prevedono l’intervento dello Stato ma anche di altri soggetti per la realizzazione di interventi sanitari, assistenziali e previdenziali e tutto quello che contribuisce allo sviluppo ed al mantenimento del benessere sociale.

Anche in Italia ora il termine sta ad indicare questo tipo di provvidenze erogate dallo Stato alla popolazione che insiste sul territorio nazionale, con particolare riguardo alle fasce più deboli, con caratteristiche di universalità: dai pensionati ai disabili, dai disoccupati ai lavoratori. Dai cittadini ai residenti. Queste provvidenze, prima dell’introduzione del termine welfare, era chiamata semplicemente Previdenza Sociale. E’ ovvio che nel nostro Paese non è stato ancora raggiunto il full employment nonostante il reddito di cittadinanza e quota 100, il primo istituzionalmente con il compito di trovare lavoro, il secondo con l’altrettanto compito di favorire il turn over. A tutt’oggi per entrambi i provvedimenti siamo a quota 0 ( ZERO).
Oggi nel nostro Paese esiste una vera e propria classifica delle tipologie del welfare che annovera una serie di vocaboli che derivano da questo, come per esempio il welfare aziendale che ha come sinonimo il welfare occupazionale.

Per welfare occupazionale si intende quello erogato ai dipendenti da parte di un’azienda, gruppi d’azienda o categoria per decisone unilaterale dei datori di lavoro oppure a seguito di un accordo contrattuale. Esso consiste nell’insieme di provvidenze o benefits, che riguardano solitamente prestazioni sanitarie, previdenziali e assistenziali riferite a lavoratori in servizio o loro familiari, per questo definibile come “sistema occupazionale” (cfr Bollettino ADpt 40/17)

Il welfare occupazionale, proprio perche riguarda lavoratori dipendenti di un’azienda o per estensione di un territorio. Si pensi al welfare regionale del Trentino AA o dell’Emilia Romagna e comparativamente alla Calabria e alla Campania p. es.: Già oggi mediamente le prime due spendono il doppio per abitante rispetto alle altre due, fornisce delle opzioni maggiori agli occupati aumentando il  divario tra occupati o inattivi o con quella ulteriore categoria che sono coloro con un  lavoro  flessibile (precari, lavoratori parcellizzati,nuove forme di lavoro atipiche), finendo con aumentare questo divario tra le categorie più forti e più organizzate e quelle con minor forza contrattuale.
Viene definitivamente annullato o quantomeno molto affievolito  il concetto universalistico del welfare comunque inteso. In realtà compensa la riduzione del finanziamento diretto dello Stato ai servizi di welfare,  con l’aggravante che prima le risorse erano comunque indirizzate verso settori di primaria importanza sociale ( sanità, pensioni, assistenza) oggi si disperdono in mille rivoli. Tutti importanti per carità, come la palestra per assicurare il benessere psico-fisico.
Ma  bisogna sottolineare che il welfare occupazionale è incentivato da una politica di defiscalizzazione. Cioè vi contribuiscono anche coloro che paradossalmente ne sono esclusi attraverso la fiscalità generale
La legge di stabilita del 2017 ha ampliato la possibilità di usufruire delle
agevolazioni fiscali per il welfare contrattuale. Oggi ci sono due tipi di agevolazioni, la
prima riguarda la defiscalizzazione totale per coloro che utilizzano il premio di
produzione per la previdenza complementare o la sanità integrativa,e fin qui ci possiamo stare, la seconda prevede la tassazione al 10% per altre forme di welfare o trasferimenti monetari, riservati a coloro che hanno un premio di produttività per un importo massimo di
4.000 euro annui e un reddito non superiore a 80.000 euro.
Nella discussione pubblica che si svolge in materia di defiscalizzazione del welfare
aziendale c’è la tendenza a considerare questa come una misura che produce benefici senza causare costi.
Ma non è affato così, perchè i destinatari delle varie forme di welfare aziendale oltre a fruire di maggiori prestazioni, scaricano parte dei costi dei benefici su tutti, magari di coloro che non si sottopongono a cure per evitare i ticket, generando iniquità e diseguaglianze.

 

Camillo Linguella

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