E la spesa pensionistica andrà fuori controllo

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A. Brambilla – Itinerari Previdenziali

E’ quanto sostiene il think thank Itinerari Previdenziali nel suo documento “ Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2019 – Sostenibilità della spesa per pensioni in un’ipotesi di alternativa di sviluppo”, presentato a Roma il 12 novembre 2019. Il l’ Osservatorio, coordinato dal prof A. Brambilla, con molto azzardo, getta uno sguardo previsionale di almeno cinque decenni avanti al fine di descrivere la possibile evoluzione dell’incidenza delle spese per il sistema pensionistico pubblico sulle risorse future. Non ignorando che le cose possono cambiare drasticamente da un anni all’altro, vuole mettere a fuoco la dinamica di tali spese a seguito dei recenti provvedimenti pensionistici dal 2016 in poi e dell’evoluzione demografica. Ma per far questo bisogna tenere conto dell’evoluzione del PIL che non si prospetta molto roseo.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede una sostanziale stagnazione dell’economia italiana per almeno un quarto di secolo, mentre la Ragioneria Generale dello Stato  nelle sue proiezioni annuali fa le sue stime in base ad un irrealistica crescita dell’1,5 per cento. Questo sarebbe  plausibile per un’economia matura, ma la nostra, non solo non lo è, ma si accompagna con un tasso di invecchiamento secondo solo al Giappone.
Per rendere possibile il tasso di crescita ipotizzato si dovrà intervenire sul mercato del lavoro, sui problemi di conciliazione tra lavoro e famiglia, sulla formazione scolastica e universitaria e su quella lungo l’intera vita lavorativa e rivolta a tutti gli occupati, per non parlare della struttura industriale e delle istituzioni della società civile.
L’Osservatorio rileva che la dinamica del PIL, cresciuto in termini nominali a una media dell’1,8% annuo nel periodo 2014- 2018, e il forte rallentamento della spesa totale per pensioni, aumentata dello 0,92% nella media annua dello stesso periodo, hanno permesso nell’ultimo quinquennio di stabilizzare la spesa per le pensioni.
Nel 2017 il numero dei pensionati, 16.041.852, si è ridotto di 22.656 unità rispetto all’anno
precedente, risultando il più basso degli ultimi 21 anni dopo il picco di 16,779 milioni registrato nel 2008. Nel 2018 è stimato un altro calo di circa 26.000 unità, mentre per il 2019 con l’introduzione della cosiddetta “quota 100”,  è previsto un forte incremento anche se non come era stati ipotizzato. Nel 2018 si è raggiunto il valore più alto degli ultimi 22 anni nel rapporto occupati/pensionati con 1,45 occupati per ogni pensionato (contro 1,35 del 2013). Il dato del 2018 si avvicina al valore di 1,5 occupati per pensionato, traguardo raggiungibile con opportune politiche di incentivazione alla nuova occupazione. Con un tale rapporto non sarebbero risolti tutti i problemi ma si otterrebbe un livello più proporzionato all’obiettivo della sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico.
Infine, secondo Itinerari Previdenziali, la spesa pensionistica effettiva, senza contare quella di natura assistenziale, ha segnato nell’ultimo quinquennio un incremento
annuale dello 0,7%, cioè un valore tra i più bassi a partire dalla metà degli anni Novanta quando sono iniziate le riforme del sistema pensionistico. Se non ci fosse l’andamento probabile della demografia italiana, non ci sarebbe nessun problema.
Le proiezioni demografiche al 2100 effettuate da EUROSTAT pongono delle problematiche economico finanziarie a seguito dell’invecchiamento della popolazione, con grave pregiudizio sulla sostenibilità delle finanze pubbliche, cioè uno degli argomenti chiave di valutazione in seno all’Ecofin. Il quadro delineato per il nostro Paese risulta fortemente penalizzato sotto il profilo della crescita per diversi motivi, tra cui principalmente:
– una riduzione del flusso di immigrati che inizialmente Eurostat aveva stimato
in 360mila l’anno fino al 2040 a 191mila netti annui. Inoltre, la stima sconta gli effetti negativi dell’invecchiamento sulla struttura della popolazione ed i bassi tassi di natalità;
– la proiezione non tiene conto di alcun miglioramento nei livelli di occupazione e neppure di un possibile aumento della produttività. Nel 2030, lo scenario prevede una disoccupazione al 9% e un tasso di occupazione pari al 61%, sebbene
già oggi, nonostante il Rdc, il tasso di occupazione totale in Italia ha raggiunto il 59% al giugno 2019. Per l’intero periodo di analisi, la proiezione prevede inoltre una produttività negativa nei primi 10 anni seguita da una lenta dinamica positiva pari allo 0,3% medio annuo. Questa proiezione non tiene conto del possibili ulteriori effetti in merito al problema dell’ex Ilva, che a prescindere dalla soluzione che sarà adottata, già oggi basta a incidere negativamente sui futuri parametri.
L’Osservatorio analizza i problemi di welfare contestualizzandoli nel sistema globale dal cui raffronto fa emergere un quadro meno fosco di quello che è percepito. Infatti così recita:
L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo con un sistema di protezione sociale di altissimo livello; tuttavia spesso i media parlano di ospedali che non funzionano sempre bene, di problemi sull’occupazione giovanile, di impoverimento del nostro Paese, di redditi che diminuiscono e così via. Ma cosa succede nel mondo? Anche al fine di mitigare l’italico costume di piangersi sempre addosso, è utile riflettere che sulla nostra Terra vi sono oltre 7,5 miliardi di abitanti ma solo un abitante su 6 (meno del 17%) ha tutto ciò di cui dispone un cittadino italiano (acqua corrente potabile, servizi igienici, energia elettrica sempre, televisioni, giornali e soprattutto “protezione sociale” e i relativi servizi di welfare, come ospedali, scuole, pensioni e così via). In molte parti del mondo si vive con meno di 2 dollari al giorno, gli ospedali sono un miraggio per pochi così come la scuola spesso a pagamento; in questi Paesi il futuro è solo una parola senza grande significato. Solo 1,2 miliardi di individui hanno qualche forma di protezione sociale; ma quelli che possono avere scuole, ospedali, cure sanitarie e assistenziali, pensioni e sussidi come vi sono in Italia sono nel mondo meno di 600 milioni, circa l’8%! Certo queste considerazioni non risolvono i molti problemi che assillano il nostro Paese, ma dovrebbero indurre i decisori pubblici ad atteggiamenti più propositivi per porre in essere riflessioni, proposte e iniziative che possano rendere più roseo nella mente e nelle aspettative dei cittadini il futuro che troppo spesso viene visto colorato di nero”. Ma nonostante il nostro invidiabile welfare, se non si trovano dei correttivi, la spesa pensionistica rischia di esplodere trascinando tutti nel baratro.
Allora cosa fare per tingere di rosa quello che sembra colorato solamente in nero, almeno per le pensioni? Itinerari previdenziali in merito ha approntato una sua ricetta.
Anzitutto, separare una volta per tutte l’assistenza dalla previdenza e poi si dovrebbe:
a) realizzare un indice per la sola spesa pensionistica pura (anche con un doppio indicatore su entrate e uscite al lordo e al netto delle imposte che non sono omogenee tra Paesi);
b) un indice per la parte assistenziale che aumenta oltre il 5% l’anno;
c) un terzo indicatore per le rendite infortunistiche gestite dall’INAIL (anche qui con entrate e uscite).
d) Scopriremmo che le pensioni sono in equilibrio, evitando di essere gli “ultimi della classe” in Europa ma soprattutto di accanirci ad ogni legge di bilancio sulle pensioni e i pensionati.
e) Costruire finalmente una banca dati sull’assistenza dove confluiscono per codice fiscale e per nucleo familiare tutte le prestazioni erogate da Stato, enti pubblici ed enti locali cui associare le prestazioni offerte dal settore privato; sapremmo finalmente quanto ogni soggetto o nucleo familiare percepisce dai vari soggetti erogatori e, come accaduto per il Reddito di Cittadinanza, non sarebbe da escludersi un risparmio importante sui circa 130 miliardi di spesa a carico della fiscalità generale.

Infine l’Osservatorio fa proposte concrete di riforma delle pensioni, dopo di che auspica un punto fermo per molti anni. a) ferma restando la normativa in materia di Ape Sociale, confermare il pensionamento di vecchiaia con 67 anni di età e almeno 20 di contribuzione; in mancanza dell’anzianità contributiva minima, far decorrere la pensione dai 70/71 anni; stessi requisiti per gli assegni sociali e le altre prestazioni assistenziali (con esclusione delle invalidità);
b) vecchiaia anticipata a condizione di avere 64 anni di età anagrafica (indicizzata all’aspettativa di vita), con almeno 37 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (non rientrano nel computo le maternità, il servizio militare e i riscatti volontari o contributi volontari); si introduce così una flessibilità in uscita tra i 64 e i 71 anni. La pensione dovrebbe essere calcolata con il metodo contributivo per le contribuzioni decorrenti dall’1/1/1996 al 31/12/2011 (dall’1/1/2012 è già in vigore il contributivo pro rata per tutti post Fornero); oppure con 42 anni per gli uomini e 41 anni per le donne (vengono eliminati i 10 mesi di anzianità contributiva) di cui non più di 2 anni di contribuzione figurativa e svincolando l’anzianità contributiva dall’aspettativa di vita; la pensione dovrebbe essere calcolata applicando sull’anzianità contributiva decorrente dall’1/1/1996 al 31/12/2011 il calcolo contributivo, anche se dal 2021 quasi tutti i potenziali pensionati saranno nel regime misto;
c) prevedere per le donne madri un anticipo dei requisiti di cui ai punti a) e b) di 6/8 mesi per ogni figlio con un massimo di 18/24 mesi;
d) in tutti i casi, fino ai 70/71 anni di età, la pensione maturata deve essere pari a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale;
e) per i lavoratori la cui pensione è calcolata interamente con il metodo contributivo, l’accesso alla prestazione di vecchiaia e vecchiaia anticipata è uniformato alle norme sopra riportate (dovrebbero pertanto essere eliminate le norme Fornero soprattutto per il requisito che prevedeva l’importo minimo della pensione pari a 2,8 volte l’assegno sociale che favorisce solo i pensionandi con i redditi più elevati);
f) applicazione della legge Dini (n. 335/1995) anche per i lavoratori con regime misto; ogni anno di lavoro fatto prima dei 19 anni vale 1,25 anni (con 4 anni di lavoro, dai 16 ai 19 anni si ottiene l’anticipo di 1 anno).
Proposte estremamente interessanti da valutare con attenzione.

Camillo Linguella

 

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