Anche il cantiere pensioni è sempre bloccato

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domeniche a piedi

Il dibattito sulla legge finanziaria 2020, o di bilancio o di stabilità, ormai non mi ricordo più come si chiama, avvitata sulla tassazione della plastica o delle auto aziendali è praticamente scomparsa dalle notizie importanti dei giornali, oscurato da altre e più drammatiche notizie. A partire da quelle sulle avversità metereologiche. Una settimana di piogge autunnali ha devastato una paese da sud a nord, dall’allagamento dei Sassi a Matera – che ha avuto uno scarso appeal sulla cronaca – a quello che ha avuto, giustamente, uno share del 100%, dell’acqua alta a Venezia, per poi passare ad Alessandria, Torino, Genova, l’isolamento ed il black out dell’Alto Adige, tanto per ricordare i dissesti più drammatici. Il nuovo crollo di un viadotto ha reso ancora più evidente la fragilità del nostro paese e dimostrato che anche  materiali che sembravano destinati a sfidare i secoli, come il cemento armato, senza una corretta e metodica manutenzione, sono soggetti a improvvisi cedimenti. Ora qualcuno comincia a fare silenziosamente il mea culpa, quando sull’onda di un furore antisistema e antipoltrone furono abolite le provincie che avevano competenza proprio sulla viabilità  (e sulla sicurezza delle scuole), facendo tornare  a galla il fatto che molti cantieri di ripristino di alcune infrastrutture da mettere in sicurezza, sono bloccati da anni. Eppure proprio un anno fa con il solito rullar dei tamburi fu varato il decreto legge “Sblocca cantieri” che a tutt’oggi non ne ha sboccato che pochissimi.
Lo stesso succede per le pensioni. Ormai è dalla legge Dini che è del 1995, che si pensava che questo cantiere fosse stato definitivamente chiuso e che lentamente si chiudesse la voragine dei conti pubblici aperta con la prima crisi economica partita dagli anni 70 e culminata nel decennio successivo. Pochi ricordano le “domeniche a piedi” del 1973 per risparmiare sulla benzina e le discussioni per vietare l’ utilizzo degli ascensori in discesa per risparmiare sulla corrente.
Tuttavia le domeniche a piedi furono positive perché ridettero un volto umano alle città e qualcuno sfoggio anche qualche cavalcatura e ci fu un tripudio di carrozzelle e biciclette in strade centrali solitamente proibite ai pedoni.
Come fu positiva anche la riforma Dini che nel lungo periodo doveva portarci tutti al metodo di calcolo contributivo e poiché era troppo penalizzante, questa legge fu accompagnata dal lancio in grande stile della previdenza complementare (semibloccata anche questa). Ma qualche anno dopo, mentre la riforma Dini cominciava a dare i primi frutti e a mettere in sicurezza le pensioni, circa 15 anni dopo, per motivi che con le pensioni non c’entravano per niente, fu fatto un intervento a gamba tesa sul sistema di calcolo, estendendo pro-rata il contributivo a tutti e soprattutto innalzando l’età pensionabile e mettendo dei paletti per la pensione contributiva, la cosiddetta “soglia minima”. La legge Fornero fu votata pressocchè all’unanimità.
Pur se necessaria in quel momento storico, quando lo spread aveva superato i 500 punti e se l’Italia non fosse stata nell’euro si sarebbe trovata piena di moneta-cartastraccia, superata la fase emergenziale, partirono subito le richieste di por mano a questa riforma, riaprendo il cantiere delle pensioni che è ancor aperto, ma boccheggiante.
Nella nuova legge finanziaria si prevede il mantenimento di quota 100 così com’è, unitamente al Rdc, dell’ape sociale, dell’opzione donna. Viene abolita l’ape volontaria che non costava allo Stato perché si tratta di un prestito con interessi a carico dei richiedenti. A gennaio, sempre se il governo sopravvive ai risultati elettorali in Calabria e soprattutto in Emilia Romagna, si apriranno i tavoli tecnici previsti dagli ultimi incontri Governo-Sindacati che hanno prodotto tante chiacchiere ma nessun risultato concreto. La prima cosa da fare in assoluto è l’eliminazione della disparità fra la pensione di chi ha lavorato e chi non ha mai lavorato. Cioè fra la pensione di vecchiaia dei giovani che hanno cominciato a lavorare dopo il 1996 e coloro che per motivi validi e vari non hanno mai o poco lavorato ( regolarmente) e che hanno diritto alla pensione di cittadinanza.
Per la pensione di vecchiaia con il sistema contributivo occorrono 20 anni di contributi, 67 anni di età ed aver maturato un importo della soglia minima di 690 euro mensili ( una volta e mezzo l’assegno sociale). Fra i requisiti della pensione di cittadinanza è necessario che il nucleo familiare per il quale se ne fa richiesta sia composto esclusivamente da persone Over 67, ISEE inferiore a 9.360€ , patrimonio immobiliare (nel quale non è compresa la casa d’abitazione) inferiore a 30.000€ e può prendere così un assegno mensile fino a 780 euro ( 90 euro in più).

Ma oltre a paregiare almeno questa evidente contraddizione bisogna correggere altri elementi di caduta.
I punti sul tappeto sono tanti, ma complessivamente costano molto meno del reddito di cittadinanza e quota 100:
• Riduzione delle disparità pensionistiche uomo donna
• Pensione di garanzia per i giovani
• Ammodernamento e fruibilità dell’Ape sociale
• Riconoscimento della disparità dei lavori e diversi requisiti di accesso alle pensioni
• Estensione della 14 mensilità a tutti i pensionati
• Equiparare gli importi minimi della pensione di vecchiaia contributiva all’importo massimo della pensione di cittadinanza
• Nuovo sistema di perequazione delle pensioni che tengano conto anche della dinamica salariale non solo quella dell’inflazione
• Riduzione delle tasse sulle pensioni come avviene nel resto della UE
• Riduzione dei tempi di attesa per il pagamento delTfr dei pubblici dipendenti.

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