L’Ocse tiene sotto osservazione quota 100 e l’aspettativa di vita

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L’Ocse ha pubblicato il suo annuale rapporto sulle pensioni “Pensions at Glance 2019”. L’edizione 2019 di Pensions at a Glance evidenzia le riforme pensionistiche intraprese dai paesi OCSE negli ultimi due anni.
Questa edizione aggiorna anche le informazioni sulle principali caratteristiche della previdenza nei paesi OCSE e fornisce proiezioni del reddito pensionistico per i lavoratori di oggi. Offre indicatori che riguardano la progettazione dei sistemi pensionistici, i diritti pensionistici, il contesto demografico ed economico in cui operano i sistemi pensionistici, i redditi e la povertà degli anziani, le finanze dei sistemi pensionistici e le pensioni private. Il rapporto mostra un panorama molto diversificato fra i pesi membri rispetto ai requisiti per accedere alla pensione. E’ interessante approfondirlo per capire quali sono i tratti comuni che uniscono la realtà attuale e le prospettive future. Indubbiamente la spinta generalizzata all’innalzamento dell’età pensionabile si è un po’ affievolita sull’onda della pressione degli anziani che nonostante l’aumento dell’aspettativa di vita vogliono ritirarsi volontariamente appena possibile e dei giovani che premono per un accesso stabile nel mercato del lavoro e pensano che l’aumento dei limiti di età sia un’ostacolo per la realizzazione dei loro desideri. La Repubblica slovacca per esempio ha deciso di abolire il legame tra l’età pensionabile e l’aspettativa di vita, modificando una decisione presa con la riforma del 2012, impegnandosi tuttavia ad aumentare l’età per la pensione
fino a 64 anni, che sarà raggiunta attraverso aumenti discrezionali. L’Italia ha introdotto altre opzioni per il prepensionamento e sospeso il legame tra l’età pensionabile  l’aspettativa di vita per alcuni tipologie di lavoratori fino al 2026. La Spagna ha sospeso il meccanismo di adeguamento nel 2018 e 2019 sulle indicizzazione delle pensioni nei pagamenti, che si basa sul totale dei contributi, il numero di pensionati e saldo finanziario delle pensioni e del sistema di sicurezza sociale.

Età pensionabile

fonte: OEDEC 2019

Nel 2018, l’età normale di pensionamento – dopo aver conseguito i requisiti minimi contributivi con un inizio del lavoro a 22 anni di età e proseguendo in maniera ininterrotta – per gli uomini in Turchia era di 51 anni, mentre in Islanda, Italia, la Norvegia era 67 per uomini e donne. A legislazione attuale, la futura età pensionabile normale sarà di 62 anni in Grecia, Lussemburgo, Slovenia e Turchia, di 71 o più in Danimarca, Estonia, Italia e Paesi Bassi. (In Italia questo limite di età si applica ai lavoratori con il sistema contributivo che a 67 anno di età non hanno raggiunto l’importo “soglia” di 690 euro mensili – ndA)
Il Tasso medio di sostituzione netto futuro delle pensioni pubbliche su un salario medio a carriera intera sarà in mediamente del 59%, che diventano quasi il 30% in Lituania, Messico e Spagna, Regno Unito fino a raggiungere il 90% in alcuni casi in Austria, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Turchia al compimento dell’età legale di pensionamento. Si ricorda che il tasso di sostituzione è il rapporto fra ultimo stipendio e prima rata di pensione.
Negli ultimi 2 anni, Estonia, Paesi Bassi e Repubblica slovacca hanno deciso di modificare, riducendola, l’età pensionabile legale. L’Estonia è l’unico paese che l’ha innalzato, da 63 e 4 mesi attuali a 65 nel 2026, collegandola all’aspettativa di vita.
In Italia l ‘età pensionabile è la più alta, seconda solo alla Danimarca, ma la riforma del 2019 che  ha introdotto la cosiddetta “quota 100” fino al 2021, che dà la possibilità di andare in pensione dall’età di 62 anni con 38 anni di contributi, ha abbassato l’età reale di pensionamento che mediamente è di 63/64 anni. Come si sa la norma su quota 100 rende possibile il cumulo fra lavoro e pensioni, ma impone un reddito cumulabile così basso ( 6000 euro annuo di reddito da lavoro) che non incentiva il lavoro ( legale) da parte dei beneficiari di pensione qt100.
Nella metà dei paesi OCSE, l’età normale di pensionamento è uguale per gli uomini e donne, almeno per le persone nate dal 1940 in poi. Nei 18 paesi in cui esisteva una
differenza di genere, l’hanno già eliminato o lo stanno facendo. Solo l’Ungheria, Israele, Polonia, Svizzera e Turchia manterranno un’età pensionabile inferiore per le donne che entrano ora nel mercato del lavoro, sebbene la Turchia eliminerà gradualmente la differenza di genere per coloro che entrano nel mercato del lavoro nel 2028.
Anche con l’età pensionabile in aumento, il tempo di godimento della pensione aumenterà nella stragrande maggioranza dei paesi OCSE. La coorte che entra oggi nel mercato del lavoro dovrebbe trascorrere il 33,6% della vita  in pensione rispetto al 32,0% per la coorte che si ritira oggi. Gli unici paesi in cui la durata di tempo trascorso in pensione dovrebbe diminuire in base alla legislazione vigente sono la Danimarca, Estonia, Finlandia, Italia, Corea, Paesi Bassi e Turchia. In tutti gli altri paesi la durata della pensione aumenta in media di 3,1 punti percentuali, che rappresentano circa 10% in più della quota spesa per pensioni.
Negli ultimi due anni, due paesi, Italia e Portogallo, hanno facilitato le condizioni per il pensionamento. Nel 2019, l’Italia ha sospeso fino al 2026 i collegamenti automatici con l’aspettativa di vita per la pensione anticipata (42,8 e 41,8 anni rispettivamente per gli uomini e le donne) e l’età pensionabile prevista dalla legge solo per alcune tipologie di lavoratori, compresi quelli impiegati in occupazioni cd pesanti. Ma il pagamento di questo tipo di pensione è differito di tre mesi. Oltre “quota 100” esiste sperimentalmente la cosiddetta “opzione donna” che consente alle donne di ritirarsi all’età di 58 anni con 35 anni di contributi se passano completamente al calcolo contributivo che comporta la diminuzione dell’assegno fino al 30%. Anche in questo caso il pagamento della pensione è differito di 12 mesi.
Sempre nel 2019, l’Italia ha introdotto la cosiddetta pensione di cittadinanza in aggiunta al rete di protezione sociale esistente. Questo nuovo ammonta a 630 euro in media, elevabile fino a 780 (24,2% del salario medio rispetto al 18,8% precedente, ovvero un grande aumento di quasi il 30%) per una singola persona. In Francia, da aprile 2018 a gennaio 2020, la rete di sicurezza per la vecchiaia (ASPA) aumenta di circa il 12,5% in termini nominali. L’Austria ha deciso di introdurre un regime pensionistico minimo sui lavoratori con almeno 30 (40) anni di contributi consentendo di ricevere almeno 1.080 euro (1.315), ovvero il 29% (36%) della media salariale lorda. Le coppie riceveranno un importo maggiore. La Slovenia ha introdotto una nuova pensione minima per i lavoratori con una anzianità contributiva di 40 anni, di 516 euro al mese (31,5% di salario medio) nel 2018 rispetto a 216 euro al mese (13,2% del salario medio) per lavoratori con una contribuzione di 15 anni.
L’Italia e la Repubblica slovacca avevano collegato l’ età pensionabile alla durata della vita. Come si è detto la Slovacchia l’ha abolita, l’Italia momentaneamente sospesa. Il modo esatto in cui i paesi collegano l’età pensionabile all’aspettativa di vita differisce da uno Stato all’altro. Danimarca, Estonia, Italia e Paesi Bassi collegano l’aspettativa di vita al pensionamento, ciò significa che un aumento di un anno dell’aspettativa di vita a 65 anni (60 per la Danimarca) porta a un anno aumento dell’età pensionabile. Ciò è necessario per garantire un livello finanziario di sostenibilità al bilancio statale, perché dovrebbe consentire di mantenere costante la durata del periodo di pensionamento. Altri paesi come la Svezia computano l’aspettativa di vita alla nascita.
Questo quadro pone necessariamente in risalto la necessità della pensione complementare privata che cresce ovunque nei paesi Ocse. Anche qui ci sono molte diversificazioni sui lavoratori che nei vari paesi ricorrono al secondo pilastro pensionistico.
In otto paesi le pensioni private volontarie coprono più del 40% della popolazione dai 15 ai 64 anni (Regno Unito, Danimarca, Belgio, Germania Giappone Irlanda, Canada Usa). In alcuni paesi come gli Usa raggiungono il 55%.
In Italia il tasso di adesione, in lenta e costante crescita, oggi raggiunge il 30% dei lavoratori con una prevalenza di genere fra gli uomini e territoriale fra le Regioni del Nord.
Pur senza strepitare più di tanto né formulare anatemi sui recenti provvedimenti presi in campo pensionistico in Italia e negli altri paesi dell’Est o che si affacciano sul Mediterraneo, è evidente che dalle felpate osservazioni statistiche emerge la preoccupazione per la sostenibilità del sistema, Le tendenze ai prepensionamenti che non siano socialmente giustificabili, come l’essere stati adibiti allo lavori usuranti per esempio, l’allentamento del legame fra età legale di pensionamento e la crescita dell’aspettativa di vita, sono fattori che vulnerano il sistema. Esso  può mantenersi solo con una impetuosa crescita economica che non s’intravede da nessuna parte. Per questo motivo non è peregrina la sottolineatura dei dati di adesione alla previdenza complementare per mantenere inalterato il tenore di vita ed il tasso di sostituzione. Infine il rapporto non stigmatizza la pensione di cittadinanza che è una misura che si sta pressocchè generalizzando. E’ sui criteri concessivi che si dovrebbe invece apportare qualche modifica, anche alla luce dei “furbetti” del reddito di cittadinanza che vengono sempre in più serrate e numerose file, allo scoperto.

 

Camillo Linguella

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