La finanziaria 2020 lascia il Tfr già maturato all’Inps

Scritto il alle 09:09 da clinguella@finanza

Gli italiani e non solo loro, hanno un sacco di preoccupazioni e se anche volessero scrivere una letterina delle Feste ai due destinatari che in questo periodo s’industriano a realizzare la maggior parte dei sogni possibili, cioè Babbo Natale e dove ancora resiste, la Befana, anche costoro spesso devono dichiararsi sconfitti. Un televisore Oled, uno smartphone anche Huawei si rimedia sempre, ma un lavoro sicuro e stabile o una pensione certa e abbondante sono cose difficile da reperire anche nel paese degli Elfi.
Infatti fra tutte le preoccupazioni, oltre quella di stare bene in salute, le prime in classifica riguardano il lavoro e la pensione.
Il lavoro dipende dalla crescita economica, la pensione dipende dal lavoro. Questo è lapalissiano, ma gli sforzi per esorcizzare questi due gap finora si sono dimostrati inani. Paradossalmente, più si cerca di agire, mettendo sul mercato mezze misure, spacciate come Elisir del Dottor Dulcamara, come il reddito di cittadinanza o quota cento, più si alimenta il clima di incertezza, perché, pur se importanti questi due risolutivi provvedimenti si sono rivelati per quelli che sono, pannicelli caldi finanziati con il debito di bilancio ( che vorremmo far pagare ad altri paesi, come l’opposizione al Mes sta rivelando). Oltretutto il Mes che sta per Meccanismo europeo di stabilità, in inglese Esm (European Stability Mechanism) non è una cosa di questi giorni, ma è stato istituito nell’ottobre 2012 in sostituzione del Fondo europeo di stabilità (Fesf).
Ora ci si aspettava che con la legge di bilancio 2020 e questi due problemi( lavoro & pensioni) sarebbero stati affrontati in maniera più determinata, invece la solita “fuffa “ sul lavoro e alcune proroghe per le pensioni, il minimo indispensabile. Per la complementare a tutt’oggi addirittura non c’è proprio niente.
Invece ci si sarebbe aspettato, alla luce dei report di molte organizzazioni europee e mondiali, come ultimamente l’Ocse, che fanno rilevare la scarsa propensione italiana ad aderire alla complementare, qualche ulteriore incentivo di carattere fiscale o per lo meno risolvere la questione del tfr maturato, specie quello confluito all’Inps.
La previdenza complementare si finanzia essenzialmente con il versamento del Tfr maturando, cioè quello che matura dal momento dell’adesione ad una forma di previdenza complementare alla cessazione. Le quote del tfr che maturano, unitamente alle quote a carico del datore di lavoro e del dipendente poi vengono investiti per accrescere il montante che si va accumulando anno dopo anno. Nel lungo periodo il rendimento del tfr versato alla complementare, finora ha sempre superato il rendimento legale del tfr non conferito ai fondi pensione.
Il tfr maturato dalla data di assunzione alla data di iscrizione ad un Fondo pensione, rimane presso l’azienda se questa ha meno di 50 dipendenti, oppure viene versato al Fondo di Tesoreria gestito dall’Inps.
La legge non esclude la possibilità che il trattamento di fine rapporto maturato prima possa essere versato al fondo pensione, ma c’è una comprensibile resistenza da parte delle aziende a tenerselo come fonte di autofinanziamento pagando un interesse del solo 1.5% più lo 0.75% dell’inflazione, che è il rendimento legale previsto per legge. Perché se si rivolgessero ad un istituto finanziario per un credito, nonostante ii tassi zero delle obbligazioni, dovrebbero pagare interessi molto più consistenti. I lavoratori viceversa sono sempre più interessati al versamento alla pensione integrativa del Tfr maturato prima perché si aumenta il capitale per la pensione integrativa, secondo perché i rendimenti sono maggiori a quelli del Trf e terzo per le tasse. Il tfr deve pagare l’aliquota media degli ultimi 5 anni ed in ogni caso essa non è inferiore a quella minima del 23%, poi c’è la deduzione di 5.164,57 annui ed infine sulla rendita si paga una aliquota che va dal 15 al 9% secondo il numero degli anni di iscrizione al fondo.
L’impasse viene superato con accordi sindacali. In presenza di un accordo il datore di lavoro è tenuto a versare alla complementare anche il pregresso. La Covip infatti ha così sintetizzato: Il Tfr pregresso non costituisce una fonte di contribuzione normale,
bensì eccezionale, che può legittimamente trovare efficacia in base ad un accordo
specifico individuale tra lavoratore ed azienda, ove ciò non sia già previsto dalla
contrattazione collettiva. Tale possibilità può peraltro essere individuata nella nota
informativa, ove si chiarisce al lavoratore la possibilità di poter allocare sulla
propria posizione anche lo stock pregresso. Non occorre necessariamente per la
Covip una revisione o integrazione della contrattazione collettiva sul presupposto
che il Tfr pregresso può ben essere destinato al fondo in base ad un accordo
individuale azienda-lavoratore.

    

(fonte Fondazione Consulenti del Lavoro)

Più kafkiana è invece il Tfr versato alla tesoreria inps. Il ragionamento è uguale che per le aziende solo che ci si trova di fronte ad un muro burocratico che di fatto limita l’esercizio di questa facoltà. Molti sono convinti, a cominciare dalla Covip, sulla legittimità del trasferimento del TFR pregresso anche per i soggetti per i quali oggi è custodito dal Fondo tesoreria Inps, visto il notevole risparmio fiscale che è accessibile solo per i
lavoratori alle dipendenze di datori di lavoro con meno di 50 dipendenti,  creando una ingiustificata disparità. Poiché l’Inps non ha mai provveduto a pronunciarsi nel merito, ecco allora che nella prossima finanziaria ci dovrebbe essere almeno una norma che facesse finalmente chiarezza sulla possibilità di versare in tempi rapidi anche il tfr pregresso, in mano all’Inps, alla previdenza complementare.

 

Camillo Linguella

 

 

Per continuare ad essere aggiornato vai su laprevidenzacomplementare.it

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