Gli investimenti dei Fondi nell’economia italiana non decollano

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“L’anno bellissimo”  preconizzato dal presidente del Consiglio n. 1 ( Preconizzare = annunciare solennemente in pubblico ) non c’è stato, ma non è stato neppure un annus horribilis. Abbiamo avuto un anno diviso pressocché a metà, con il varo dei provvedimenti più significativi come quota 100 ed il reddito di cittadinanza nella prima parte e con il recupero di un po’ di credibilità internazionale nella seconda parte. Questo recupero ha determinato  un allentamento della morsa dei mercati sulla pericolante impalcatura dell’economia italiana determinando un significativo recupero in borsa e una discesa dello spread. Oggi, in chiusura di anno sono riesplosi vecchi conflitti e vecchie vertenze che minacciano non una stagnazione che per l’Italia è un traguardo molto ambito, ma  una nuova retrocessione. Una fra tutte la vicenda dell’ex Ilva di Taranto per non citare l’Alitalia, la Whirlpool, ecc. In campo sociale dietro l’esplosione del welfare contrattuale e aziendale, si nasconde un sostanziale ulteriore arretramento dei diritti. Questa nuov declinazione del welfare sancisce se non un arretramento delle tutele, sicuramente una diversificazione nel modo in cui vengono soddisfatti i bisogni collettivi ed individuali. Oggi abbiamo gli occupati nelle grosse e grandi imprese che hanno stipulato contratti il cui welfare aziendale spazia dalla previdenza complementare alla sanità integrativa, al bonus per andare in palestra, passando per l’abbonamento gratis per i trasporti, il tutto gestito spesso da appositi Enti bilaterali, poi abbiamo i dipendenti delle

imprese fino a 15 dipendenti che queste cose se le sognano, anche se in qualche caso sono teoricamente previste da qualche parte. Poi abbiamo i lavoratori del pubblico impiego che hanno le stesse regole, ma applicate in modo diverso per alleggerire l’impatto sul Bilancio Statale, vedi il caso del Tfr pagato anche dopo 5 o 6 dal pensionamento e oltretutto diviso in rate da 50.000 euro a” botta”. A costoro non è stato promesso, ma è stato addirittura stabilito in una legge dello Stato, pubblicata sulla G.U che fa obbligo a tutti di osservarla e di rispettarla, di poter accedere ad una anticipazione del loro trattamento di fine rapporto o di fine servizio come si chiama per gli statali, fino a 45.000 euro. Ebbene per quelli che facevano affidamento su questa facoltà per soddisfare un bisogno, sicuramente il 2019 non è stato un anno bellissimo, al massimo potrà essere stato solamente bello. Infine per il welfare territoriale abbiamo i lavoratori che vivono nel territorio ( ovviamente) e poiché  il  welfare territoriale  fa a capo alle Regioni e agli enti locali, è normale che chi vive in una regione del Sud sarà ulteriormente discriminato.
Il provvedimento del reddito di cittadinanza di per sé non è un’idea malvagia ma anche alla luce della concreta applicazione nel corso del corrente anno, bisogna modificarlo, ma radicalmente. Non bastano aggiustamenti e l’irrorazioni di sanzioni che riempiono un talk show ( letteralmente dall’inglese: Spettacolo delle chiacchiere).
Quota 100 è costata meno del previsto e negli altri anni di sperimentazione costerà ancora meno, ma è sempre un costo eccessivo che minaccia di far saltare l’equilibrio attuariale sui conti dell’Inps che si stava faticosamente raggiungendo. Comunque questa misura era necessaria anche a livello psicologico perché i lavoratori si sono visti liberati da una prigione lavorativa cui li aveva ristretti la riforma Fornero. Il sapere di potersene andare prima è stata una liberazione. Ma tirato il sospiro di sollievo per la libertà di pensionamento riconquistata, fatti i conti, si è visto che non sempre conveniva e le domande sono crollate da 3000 al mese a 200/300. In più si è visto che ai 2/3centomila andati in pensione con quota 100 non c’è stato nessuna ricambio generazionale. Le assunzioni da questo turn over sono state insignificanti. L’ aumento delle ore lavorate e di occupazione certificate dall’Istat non sono dovute a quota 100.

Secondo Alberto Brambilla di Itinerari Previdenziali è una norma che va  modificata, anche perché reintroduce il divieto di cumulo, ma le variazioni devono essere fatte gradualmente perché qualunque cambiamento in corsa delle regole rischia di avere effetti negativi, creando nuovi esodati. Mantenendo i requisiti per la pensione di vecchiaia a 67 anni di età, indicizzata all’aspettativa di vita, e almeno 20 di contribuzione, quello che si potrebbe fare è sostituire le varie Quota 100, opzione donna, APE sociale e agevolazioni varie, da un lato, estendendo ad altre categorie professionali i fondi esubero (che, sul modello di quanto fatto già fatto da banche e assicurazioni, sarebbero completamente finanziati da imprese e lavoratori, dunque a costo zero per la collettività) e, dall’altro, consentendo un pensionamento flessibile con 64 anni di età, sempre indicizzata, con almeno 39 anni di contributi, di cui non più di 3 figurativi.
Il tutto rendendo stabile la pensione anticipata, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e uno in meno per le donne, rigorosamente svincolati dall’aspettativa di vita, ed eliminando il divieto di cumulo. Nei primi anni, si spenderebbe certo forse qualcosa in più ma, a regime, questa “Quota 103” dovrebbe costare meno di Quota 100 anche perché, trattandosi di pensioni prevalentemente contributive, non si farà altro che restituire quanto versato.

Ma questi provvedimenti comunque sono un ulteriore appesantimento del già pesantissimo bilancio pubblico.

Consdeguentemente  è subito partita la ricerca di moneta. Gli occhi si sono appuntanti nuovamente sui Fondi pensione cercando di dirottare i loro investimenti nell’economia domestica, coinvolgendo anche la Cassa Depositi e Prestiti. Il patrimonio dei fondi pensione ammonta a 180 miliardi circa, non può modificare le sorti dell’economia italiana, ma rimane sempre una somma di tutto rispetto che qualcosa per le Piccole e Medie imprese può sempre fare. Ma tutti gli sforzi in questa direzione si sono rivelati inutili, anche perché i fondi pensione non possono dimenticare la loro mission che è quella di fornire una pensione aggiuntiva agli aderenti. Oggi è vero che i fondi investono meno del 5% in Italia, ma hanno sempre investito in titoli di debito italiani e si sono trovati  a mal partito quando lo spread è schizzato in alto e poi nuovamente con i rendimenti a tasso zero dei bond. Ora si punta a favorire gli investimenti della complementare nei PIR, i Piani Individuali di Risparmio varati nel 2017 per favorire il finanziamento alle PMI.
Un emendamento al decreto fiscale 2020, approvato dalla Commissione Finanze della Camera nella seduta del 25 novembre 2019 , prevede che gli enti di previdenza obbligatoria dei professionisti e i fondi pensione possono investire in più di un piano di risparmio a lungo termine, ponendo un limite di salvaguardia non consentendo di  destinare più del 10% del patrimonio in questo strumento finanziario.
L’investimento delle somme o dei valori in PIR per almeno il 70% in strumenti finanziari anche non negoziati in mercati regolamentati o nei sistemi multilaterali di negoziazione, potrà essere realizzato direttamente o indirettamente, mentre il restante 30% dovrà essere indirizzato all’economia reale. Parliamo sempre di inezie in termini di macroeconomia ma per le Pmi coinvolte e per gli aderenti ai fondi può essere un’opportunità
Vedremo per il 2020 cosa pronosticherà il presidente del Consiglio n. 2 che fisicamente è sempre la stessa persona, ma non è detto che abbia imparato la lezione. Pertanto per lui ci saranno  sicuramente delle mirabilie (= cose meravigliose e straordinarie).

 

 

 

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